Mansa Musa (1280-1335ca.)

Il Cairo, anni trenta del Trecento.  Questa storia può essere raccontata solo grazie a un personaggio che si trova lì in quel periodo, e che vive di riflesso gli eventi legati a un’oscura figura, vissuta a oltre 4000 km di distanza da lui. La nostra fonte è un siriano, nato in una facoltosa stirpe di lignaggio califfale. Il nome familiare è al-Umar, lui si chiama Shihab. Il padre è cancelliere alla corte mamelucca d’Egitto, mentre egli aspira ad altro. Il suo temperamento gli ha procurato non poche inimicizie fra le alte sfere del sultanato, pertanto cerca di discostarsi dalla politica per dedicarsi a quel che gli preme veramente: la storiografia. È lui a riportare le poche notizie che conosciamo sul mansa Musa, l’imperatore del Mali. Interrogando Abu'l Hasan Ali ibn Amir Habib, che un decennio prima ha ospitato il sovrano sulla via per la Mecca, egli viene a sapere come Musa è salito al potere e altre informazioni relative alla sua dinastia. Kanku Musa (il primo è il matronimico) nasce una cinquantina d’anni prima, nipote di Abu-Bakr Keita, fratello del leggendario fondatore dell’impero, Sun Dyata. Il mansa (titolo che equivale a “sultano”) racconterà al suo ospite del Cairo, durante il pellegrinaggio che affronta nel 1324, il modo alquanto pittoresco con cui è asceso al trono: il suo predecessore, Abu Bakr II, sognava di attraversare l’Atlantico per scoprire i misteri che l’oceano cela agli occhi; così, rifiutandosi di credere che il mare non avesse limiti, equipaggiò una flotta di duecento navi colme di viveri e le mandò in esplorazione. Fece ritorno una sola imbarcazione, il cui capitano riportò racconti di flutti spaventosi e violente correnti interne al mare che risucchiavano le navi. Il re, sempre più scettico, decise di partire in prima persona a capo di una flotta di duemila navi, metà delle quali piene di acqua e alimenti. Per questo, com’era uso prima di partire per un pellegrinaggio, elesse suo successore Kanku Musa. Ovviamente, di tale immane flotta che ignorava bussole, timoni e pontili, non fece ritorno alcuna nave, e così Kanku Musa divenne mansa dell’Impero del Mali. Il regno che eredita, forse nel 1312, copre più di duemila miglia, dall’Oceano Atlantico al lago Chad. Molti sono gli attuali stati africani che ne facevano parte (Mauritania, Senegal, Gambia, Guinea, Burkina Faso, Mali, Chad, Niger, Nigeria). Musa ama vantarsi del fatto che per attraversare tutti i suoi possedimenti si impiegherebbe un anno intero. Seppur esagerato come intervallo di tempo, la realtà non è meno impressionante: il celebre esploratore marocchino Ibn Battuta (1304-1369) attraversa l’impero da nord a sud in non meno di un mese. Musa non è fra i re più conosciuti o amati in Africa, del tutto eclissato dalla fama di Sun Dyata, protagonista di molti poemi che i griot cantano ancora oggi. Egli è però un po’ più celebre in Occidente, o almeno lo è stato nel Medioevo e in età moderna. Il suo epico pellegrinaggio alla Mecca (hajj) darà per la prima volta il senso, al mondo mediterraneo, della ricchezza del misterioso impero che si estende a sud del Sahara. Quando scrive al-Umari, a distanza di dodici anni dall’arrivo al Cairo del re africano, l’Egitto è ancora in piena inflazione a causa della quantità incredibile di oro immessa da Musa nel mercato locale. Ad oggi non è attestato nessun’altro esempio di un individuo che da solo sia stato capace di influire così sul prezzo dell’oro in tutta l’area mediterranea. Il sito americano Celebrity Net Worth, usando un particolare tasso d’inflazione secondo il quale 100 milioni di dollari del 1913 equivarrebbero a 2.229 miliardi del 2012, arriva ad eleggerlo come “uomo più ricco di sempre”, con un patrimonio attestato su 400 miliardi di dollari. Questa sua immensa ricchezza non passa inosservata quando, nel 1324, Mansa Musa decide di compiere il pellegrinaggio alla Ka’ba. Partendo dalla sua capitale Niani, percorre il corso del Niger fino ad arrivare a Walata (in Mauritania) e poi a Tuat (Algeria). Da qui si dirige in Egitto per fare tappa nella capitale mamelucca. L’impressionante carovana che lo accompagna dall’attuale Guinea fino alla penisola araba rimarrà negli annali del tempo e nei racconti popolari del Cairo. Ad accompagnarlo c’è un esercito di sessantamila uomini, di cui dodicimila schiavi, tutti vestiti di broccato e seta persiana, mentre i trecento cammelli trasportano ciascuno centotrenta chili di oro in lingotti e in finissima polvere. L’imperatore giunge al Cairo vestito di tutto punto, a cavallo, e preceduto da cinquecento schiavi personali, a loro volta ricoperti di oro. Al-Umari racconta: «Al tempo del mio primo viaggio al Cairo, udii parlare della visita del sultano Musa… E trovai gli abitanti della città tutti intenti a raccontare le grandi spese che avevano visto fare dalla sua gente. Quest’uomo ha riversato sul Cairo i torrenti della sua generosità. Non vi è stato alcuno, né funzionario di corte né titolare di una carica sultanica qualsiasi, che da lui non abbia ricevuto una somma in oro. Che nobile portamento aveva questo sultano, quale dignità e quale lealtà! ». La visita al Cairo non è certamente casuale. La sofisticata corte di Niani si presenta in tutto il suo sfarzo per mostrare al resto del mondo il potere di Musa, il quale è abituato a non considerarsi inferiore a nessuno. E in effetti, proprio per questo motivo, si sfiora l’incidente diplomatico, quando gli viene chiesto di prosternarsi davanti al sultano egiziano. Contrariato e furioso, Mansa Musa adotta un sotterfugio che lo cava dall’impiccio di dover mancare di rispetto l’illustre sovrano mamelucco, e sollecitato pubblicamente ad osservare il protocollo, esclama: «D’accordo, mi prosternerò dinanzi ad Allah che mi ha creato e messo al mondo». Questo non sarà l’unico imbarazzo ad accompagnare la visita dei sudanesi in città. Alla vista di tanto sfarzo, i commercianti arabi non esitano a decuplicare il prezzo delle merci esposte, trovando nei sudditi di Musa acquirenti fieri e non curanti. Prima di proseguire verso la meta Mansa Musa, che è colto e parla senza problemi l’arabo (anche se per senso regale si fa sempre accompagnare da interpreti che traducono il suo idioma malinkè) fa dono al sultano di un trattato, da lui scritto, sulla buona creanza, di cui certamente gli egiziani hanno, ai suoi occhi, molto bisogno. Mentre l’imperatore è impegnato ad assolvere l’obbligo coranico del pellegrinaggio, i suoi possedimenti non fanno che espandersi: il suo generale di fiducia, Sagmandia, espugna Gao, la capitale dell’antico impero Songhai. Così, quando Musa intraprende il viaggio di ritorno da Gadames (stavolta a dorso di cammello per evitare ai portatori il mal di piedi) decide di passare da Gao per ricevere il consueto giuramento di fedeltà da parte del re perdente Dia Assiboi, a cui chiede in ostaggio due figli. Con Mansa Musa l’impero del Mali raggiunge l’apogeo in ricchezza e potere, e i suoi successori faticheranno a mantenere unito un tale mosaico di popoli e culture. Musa, da musulmano fervente qual è, impone su tutto il territorio l’Islam, anche se è costretto a tollerare il diffusissimo animismo, impossibile da estirpare al di fuori delle città. Al suo ritorno in patria la comitiva che lo segue si è allargata. Musa si è portato appresso uomini di cultura arabi per arricchire il suo paese. In particolare, con lui arriva a Niani Abu Ishaq, detto as-Sahili, un poeta e architetto andaluso che trasformerà le ambizioni dell’imperatore in solide e durature costruzioni, di cui Timbuktu è un meraviglioso esempio. Il nome di questa città giunge proprio in questo periodo alle orecchie degli europei, che per secoli fantasticheranno sulle favolose ricchezze del Mali, almeno fino a quando, nel 1806 Mungo Park e poi nel 1828 René Caillé, non la raggiungeranno per primi, travestiti da mercanti berberi, e constatando invece una povertà diffusa e un’edilizia cadente. In effetti la pace e la prosperità sopravvivranno poco a Mansa Musa. Nel 1389 finirà la sua dinastia e si avvierà un incontrollabile processo di frammentazione dello stato. Quando nel XVI secolo Leone l’africano (1485-1537) visita Timbuktu, a colpirlo è soprattutto la mole di manoscritti conservati in città, principale attrazione per cui ancora oggi la città ricopre un’importanza senza eguali per l’area. Ma della sontuosità di Mansa Musa non rimane più niente. Nel XIV secolo compaiono in Europa le prime carte in cui si tenta di rappresentare anche l’Africa subsahariana, in cui regnerebbe il “rex Melli”, l’altro grande sultano insieme a quelli di Baghdad, del Cairo e del Bornu: è il caso della mappa del mondo ad opera di Angelo Dulcert (1339) e dell’atlante catalano di Abraham Cresques (1375). Riguardo alla morte di Musa poco si sa, lo stesso anno di dipartita dell’imperatore oscilla fra il 1332 e il 1337. Su di lui non fioriscono leggende belle come quelle sulla morte di Sunyata, il quale sarebbe stato trafitto per errore da una freccia durante un torneo oppure sarebbe annegato nel Sankarani per poi trasformarsi in un ippopotamo (mali), l’animale totemico dell’impero da lui fondato.

Per approfondire:

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Bibliografia

“Storia dell’Africa nera”, Joseph Ki-Zerbo (Parigi, 1972)

https://www.britannica.com/biography/Musa-I-of-Mali

http://www.blackpast.org/gah/musa-mansa-1280-1337

“Popoli d’Africa”, Alberto Arecchi (Verona, 1992)

http://www.myluxury.it/articolo/l-uomo-piu-ricco-della-storia-e-mansa-musa-i-re-del-mali-foto/37311/