L'esercito del Mali

L’uso del ferro, nel continente nero, è attestato fin dal II millennio a.C. Verso il 1500 a.C. gli abitanti di Tarmit, in Nigeria, sono fra i primi popoli al mondo a lavorare questo metallo. Il ferro contribuirà in modo decisivo all’espansione bantu in Africa, ma nonostante la precocità della sua adozione in alcune zone, non si espanderà a tutti i popoli a sud del Sahara. Per molti secoli l’Africa rimane relativamente stanziale nelle forme sociali, militari e culturali. Certo, non mancano realtà che spiccano sul resto, quali l’Egitto, e i ricchi regni nubiani che si stagliano a sud del mondo faraonico, ma sono eccezioni che hanno luogo anche grazie alla via di contatto privilegiata che è la valle del Nilo, sempre strettamente coinvolta nelle vicende mediterranee e orientali. Il resto dell’Africa vive in uno stato di arretratezza cronica e isolamento che compenserà solo parzialmente con l’espansione islamica dal Maghreb (e quindi l’incontro coi sultanati nordafricani) e il commercio con gli europei, quando verrà però investita dal redditizio commercio degli schiavi, a cui si offrono anche molti stati centroafricani, che porterà ad una crisi demografica terribile e a un impoverimento costante. Per molta parte della sua storia l’Africa si caratterizza per economie di sussistenza e per una certa stabilità demografica, cause che concorrono a far sì che non si innovi molto nelle strutture sociali ed amministrative. I Mandinka sono, all’inizio del nostro Medioevo, fra i pochi a conoscere la lavorazione del ferro nell’Africa occidentale: questo vantaggio gli permette di espandersi repentinamente, intorno all’XI secolo, fra gli attuali Mali e Guinea. Entrano così in contatto con i Soninkè dell’impero di Wagadù, il primo stato dell’area ad avere un esercito organizzato e ben disciplinato. Tale formazione militare necessita di un numero adeguato di fanti di estrazione servile, i quali vengono attinti dal bacino di schiavi rappresentato, per Wagadù, dai Mandekalu. Questi ultimi, per sfuggire alle incursioni dei cacciatori di schiavi, si arroccano sui monti attorno a Niagassala, dove si organizzano in piccoli regni. E proprio in uno di questi fragili principati, Kiri, nasce Sundyata. Sarà lui a condurre la battaglia di Kirina, del 1235, contro il sovrano soso: la mole di forze schierate in campo da entrambi i lati deve essere stata tanto imponente da rimanere impressa nella memoria collettiva: la tradizione vuole che all’avvicinarsi del nemico l’eroe eponimo del Mali abbia chiesto ai suoi uomini di fiducia “Che cos’è quella nuvola che viene da oriente?”, mentre Sumanguru chiedeva ai suoi cosa fosse “quella montagna di pietre dalla parte dell’occidente”. I principi confederati del Manding hanno quel giorno la meglio, potendo contare su truppe essenzialmente di fanteria composte da contingenti di arcieri con dardi avvelenati e divisioni più pesanti di uomini armati di grosse lance (tamba). Ma presto Sundyata, divenuto ormai mansa, dà uno speciale assetto all’esercito del neonato impero, ricalcando l’articolazione in caste delle società mandinghe. L’espansione repentina del suo impero è intrinsecamente legata al vantaggio tecnologico, in ambito militare, dato dai fabbri del Manden esperti nella lavorazione del ferro, e dalla necessità continua, per questa industria, di legname. È probabile che il disboscamento necessario per ottenere tanto combustibile abbia inciso profondamente sul paesaggio, che si è andato sempre più costituendo come una savana ad arbusti, in cui peraltro può muoversi più agevolmente la costituenda cavalleria. Sundyata organizza le truppe in sedici clan con a capo i rispettivi comandanti, detti ton-ta-jon-ta-ni-woro (“I sedici che portano l’arco”). Essi non sono altro che signori territoriali che hanno giurato fedeltà al mansa, che permettono all’imperatore di coordinare le operazioni militari e amministrare gli immensi territori che costituiscono il suo stato, con relativa facilità. Ognuno di loro si fregia del titolo di tontigui, ovvero “signore della faretra” (simbolo del potere insieme all’arco), e dirige un reparto di cavalleria. Quest’ultima mansione è affidata ai più facoltosi fra i membri dell’antica casta dei cacciatori-agricoltori (horon), equipaggiati con costosi cavalli arabi, sciabole, lance e spade lunghe. La maglia ferrata e l’elmo rendono questi cavalieri fra i più progrediti di tutto il continente. Essi arriveranno ad essere, sotto Kanku Musa, circa diecimila. La fanteria è organizzata in coorti dette kèlè-bolo, ciascuna comandata da un kèlè-koun. Tali reparti sono composti perlopiù da horon, i quali sono tenuti a procurarsi il necessario da soli, ma non mancano gli schiavi (jonow). L’armamentario di un fante consta solitamente di un elmo in cuoio, uno scudo, un tamba e il tipico arco con frecce avvelenate. Ogni tribù sottomessa all’imperatore deve fornire un numero adeguato di uomini liberi da impiegare in fanteria (che arriverà a contare novantamila unità). Grazie a questa efficace e ben articolata macchina da guerra, il Mali diviene il principale impero africano e raggiunge il culmine del potere nel XIV secolo, con il celebre mansa Musa. Suo fratello Suleyman (1341-1360), che eredita la carica alla morte del figlio di Musa, si vede costretto però a rivedere l’organizzazione dello stato e di conseguenza dell’esercito, vero nerbo di tutta la struttura imperiale. Quando l’esploratore marocchino Ibn Battuta visita la corte, visibilmente impoverita dai tempi del munifico Musa, conosce i farari (“coraggiosi”), una categoria di comandanti dalle mansioni più disparate (ton-tigui, governatori di province lontane, strateghi…), che, a seconda del ruolo, hanno cariche diverse. La più comune è quella del farima (“uomo coraggioso”), una sorta di cavaliere che fa da tramite fra il mansa e i kèlè-koun, obbligatoriamente di estrazione horon. Un’altra categoria di fararya è il farimba (“grande uomo coraggioso”), di estrazione sia horon che jonow, a cui l’imperatore può affidare il governo di una città o di una provincia particolarmente importante. Il fatto di poter affidare tale carica anche a membri della casta schiavile è una maggiore garanzia di fedeltà, per il mansa. Quando un farimba è costretto a guidare una formazione di cavalleria in difesa del territorio di sua competenza, altri farari, detti duukunasi (traducibile all’incirca con “sommo uomo a capo della regione”), guidano la fanteria. Ogni farari ha diritto a schiavi personali detti sofa, che già dal nome (“padre di cavalli”) fanno intuire la propria funzione nell’economia domestica del padrone. La suddivisione del territorio fra sedici ton tigui, decretata da Sundyata in persona, viene abbandonata progressivamente, e nel XIV secolo, quando l’impero è ormai troppo grande e allo stesso tempo troppo debole per affidarne le sorti a un’assemblea così vasta, i mansa devono optare per una divisione del territorio fra due farari di fiducia: il Farima-Soura, incaricato di vigilare sulle frontiere settentrionali e tutelare i mercanti del Sahara, importantissimi per l’economia nazionale, dai predoni, e il Sankar-Zouma, stanziato nella capitale Nyani, a guardia dei confini meridionali con le grandi foreste.

Bibliografia

“Breve storia dell’Africa”, C. Coquery Vitrovicth (New York, 2012)

“Storia dell’Africa nera”, Joseph Ki-Zerbo (Parigi, 1972)

“Popoli d’Africa”, Alberto Arecchi (Verona, 1992)