L'iconoclastia

L’VIII secolo è, per il mondo bizantino, un periodo estremamente duro. Al momento dell’incoronazione di Leone, stratego del demo anatolico, a imperatore (717) si chiude un ventennio in cui si sono susseguiti sette sanguinosi colpi di stato. Segnale dei tempi è anche il nuovo codice giuridico da lui emanato, l’Ekloge, che impone severe pene corporali di origine orientale anche in casi per cui le Novellae di Giustiniano prevedevano solo pene pecuniarie. Leone III è vicino ad ambienti orientali in cui si avversa il culto delle immagini sacre (il quale, soprattutto nel secolo precedente, ha assunto proporzioni mai viste prima, specie nelle province occidentali) e si ispira forse ai provvedimenti precedentemente adottati dai califfi di Damasco contro questa pratica. L’iconoclastia è una tendenza che è sempre esistita in seno al Cristianesimo, ma che emerge ora con forza grazie alla spinta propulsiva datale dall’Islam dilagante, che trova in questo approvazione da parte di ambienti monofisiti legati alle antiche eresie cristologiche, a loro volta influenzate dal giudaismo. Nel 726 l’imperatore si esprime per la prima volta pubblicamente contro il culto delle icone, e di lì a poco fa rimuovere l’immagine di Cristo dalla Porta Bronzea del suo palazzo. La folla inferocita prova a fermare l’ufficiale incaricato, che viene alla fine linciato. Il tema Ellade nomina un antimperatore che guida un’insurrezione armata contro Costantinopoli. Leone riesce a soffocare la ribellione, ma non rinuncia al progetto, spalleggiato dal metropolita Tommaso di Claudiopoli e dal vescovo Costantino di Nacolea. Il patriarca Germano rifiuta la dottrina iconoclastica, e così anche papa Gregorio II. Con un editto del 730 l’iconoclastia diventa dottrina ufficiale dell’Impero. Alla morte di Leone (741) sale al trono il figlio, Costantino V. Egli è considerato uno fra i migliori imperatori orientali ma anche come il più assiduo e sanguinario difensore delle teorie iconoclastiche. Appena asceso al trono purpureo si trova a dover fronteggiare Artavasde, favorevole al culto delle immagini, che sconfigge però con l’appoggio di buona parte dell’esercito, entrando trionfalmente a Bisanzio nel novembre del 743. Il patriarca Anastasio, ai tempi vicino a Leone III e subentrato per suo volere a Germano, viene punito per la sua ipocrisia con un’umiliazione pubblica a dorso d’asino. Nonostante ciò mantiene però l’alta carica ecclesiastica, in questo modo screditata dall’autorità imperiale e ormai un burattino nelle mani di Costantino. L’imperatore approfitta della crisi che sta attraversando il califfato omayyade, ormai morente, per irrompere in Siria e occupare Germanicea (747) e poi, quando ormai il passaggio di dinastia è avvenuto e gli Abbasidi spostano la corte a Baghdad, procede con l’occupazione di importanti fortezze in Armenia e Mesopotamia. Queste campagne non sono troppo significative dal punto di vista militare, ma denotano un decisivo cambio di rotta nelle politiche di Bisanzio, fino a poco tempo prima in balìa dei popoli circostanti e perennemente sulla difensiva. La più grande sfida che Costantino deve affrontare è quella rappresentata dai Bulgari, che invadono l’impero nel 756. Dopo la disfatta del khan ad Anchialo il 30 giugno 763, la Bulgaria entra in un periodo di sanguinose guerre civili fino al 770, lasciando a Costantino la gloria di una vittoria storica. I Bulgari tornano a minacciare le frontiere imperiali col khan Telerig, che però Costantino affronta in una grande spedizione nel 773, riuscendo ad imporre una tregua. I successi nei territori orientali non si rispecchiano però in Occidente, dove Costantinopoli perde in questo periodo di prestigio e potere. La disputa sulle immagini contrappone ormai in modo evidente Roma all’imperatore e il papa, dopo la fine dell’esarcato nel 751 (quando i Longobardi conquistano finalmente anche Ravenna) si rivolge ora a un nuovo alleato emergente: la dinastia franca dei Pipinidi. Stefano II incontra nel 754 re Pipino a Ponthion, provocando scontento in Oriente. Costantino sottrae alla diocesi romana i territori grecizzati del meridione (Calabria, Sicilia) e l’Illirico. Egli è autore di 13 trattati teologici in difesa dell’iconoclastia, e non appena le condizioni politico-militari lo consentono, indice un concilio nel palazzo imperiale di Hieria. È il 10 febbraio 744. Tale concilio viene ricordato come “sinodo acefalo”, perché dei 338 vescovi presenti non vi è nemmeno un rappresentante di Roma o dei patriarchi orientali. L’imperatore si è preventivamente assicurato di essere circondato solo di uomini fedeli alla sua linea. Il 29 agosto vengono presentate nel foro della capitale le nuove disposizioni, estremamente severe verso il culto delle icone. I due maggiori rappresentanti del partito iconodulo, Germano e Giovanni Damasceno (entrambi morti di recente), sono scomunicati. Si arriva ad affermare, paradossalmente, che chi venera le immagini cada nelle antiche eresie nestoriana e monofisita, in quanto in essa vede rappresentata la sola natura umana o entrambe le nature insieme, umana e divina. La lotta iconoclastica assume le forme di un’aperta persecuzione ai danni del potente monachesimo e si radicalizza su posizioni anche apertamente contraddittorie, come il rifiuto del culto dei santi e di Maria. Il figlio di Costantino, Leone IV (775-780) è per propria natura più incline alla moderazione. Inoltre subisce una forte influenza da parte della moglie Irene, ateniese e fervente iconodula. La sua precoce morte porta di fatto al potere Irene, in vece di tutore del piccolo Costantino VI. Per prima cosa elegge patriarca un uomo della sua cerchia, Tarasio, incaricato di indire un concilio. Il primo tentativo del 786 si risolve quasi in tragedia, quando i soldati di guardia della capitale interrompono il sinodo con le armi in pugno. Irene e Tarasio capiscono che è necessaria maggiore prudenza, essendo gran parte dell’esercito ancora fedele al ricordo di Costantino V, il valoroso generale iconoclasta. Si decide così di riunire il VII concilio ecumenico a Nicea. Esso è l’ultimo concilio riconosciuto ad oggi dalla Chiesa Orientale, e si svolge laddove aveva avuto luogo il primo. Per evitare ulteriori spargimenti di sangue si pensa di accogliere e perdonare gli iconoclasti. Tale riunione rivela però più problemi delle aspettative. Emerge chiaramente come il clero stesso sia diviso sulla questione. Si vengono a creare due partiti opposti: da una parte gli zeloti, rappresentati dalle frange più radicali del monachesimo, poco inclini al compromesso e fautori di un’ortodossia toutcourt, dall’altra i cosiddetti politici, intenzionati invece a scendere a patti con le ragioni di stato. Alla fine prevale il partito moderato, e il 23 ottobre 787 vengono emanate le risoluzioni finali: l’iconoclastia è bandita come pratica eretica e il culto delle icone è riammesso secondo la dottrina della salvazione, per cui si afferma il principio che la venerazione non è rivolta all’immagine sacra ma alla persona che vi è rappresentata. L’icona viene quindi riconosciuta come uno strumento neoplatonico, secondo le tesi di Giovanni Damasceno, che viene così riabilitato e santificato. Il ritorno all’ortodossia nell’accezione niceiano-calcedonese rappresenta il fulcro dell’operato di Irene, ma non ne rappresenta l’unico aspetto. Nei piani della basilissa vi è infatti anche un accentramento del potere e soprattutto il riconoscimento della propria autocrazia rispetto al figlio Costantino. Intorno a quest’ultimo si schiera l’opposizione e, com’è naturale, il partito iconoclasta rappresentato da Michele Lacanodracone. La congiura ordita da questo schieramento, composto da buona parte dei temi dell’Asia Minore, è soffocata sul nascere da Irene: dopo aver preteso dall’esercito un giuramento di fedeltà e la completa sottomissione alla sua autorità, deve però constatare le reticenze del tema di Armenia fedele, come quelli d’Asia Minore, al diritto di successione dinastico. Nell’ottobre del 790 lo schieramento asiatico prevale su quello europeo, iconodulo e dalla parte dell’imperatrice, e l’esercito dichiara unico autocrate Costantino VI. Costantino, finalmente nell’esercizio del proprio potere, si libera dei possibili avversari facendo uccidere, accecare e sottoporre al taglio della lingua, gli zii paterni. Fra le vittime della repressione imperiale vi sono anche molti fra coloro che hanno preso parte alla sua elezione, come lo stratego d’Armenia Alessio. In questo tema scoppia così la ribellione e Costantino la deve sedare con estrema crudeltà nel 793. Dopo aver così perso la popolarità di cui godeva in Oriente, l’imperatore si aliena poi il debole consenso che ha fra gli ortodossi ripudiando la moglie legittima e sposando l’amante Teodota (795). Insensibile alle proteste del clero, egli scomunica addirittura i capi zeloti in rivolta contro Tarasio, giudicato troppo opportunista e lassista. Alla fine, inviso ormai a tutti, Costantino VI viene ucciso nella stessa sala di porpora dove aveva visto la luce ventisette anni prima (15 agosto 797). Nell’atmosfera di poca chiarezza e confusione che regna dopo il concilio del 787 nascono, intanto, i Libri Carolini. In Occidente la potenza egemone è ormai quella dei Franchi, e Carlo Magno ne approfitta per affermare in tono perentorio l’autonomia religiosa del mondo latino. Fa redarre, probabilmente da Teodulfo, una serie di scritti polemici che rifiutano l’ortodossia di Irene (probabilmente anche a causa di fraintendimenti legati alla pessima traduzione degli atti del concilio) e che richiamano alla mente vecchie teorie, più affini alla sensibilità occidentale, espresse due secoli prima dal papa Gregorio Magno (contrarie sia alla distruzione che alla venerazione di icone). Il culto delle immagini è dichiarato poi eretico dal sinodo di Francoforte del 794, che papa Adriano I è costretto ad accettare, pur non nascondendo la propria opinione al riguardo (il papato aveva infatti accettato volentieri il ritorno alla tradizione avvenuto a Bisanzio). Nel regno franco l’iconoclastia è utilizzata soprattutto come arma politica contro lo strapotere di Bisanzio, e non assume assolutamente le forme della lotta fratricida che ha dilaniato l’Oriente per mezzo secolo fino ad allora. Roma, sebbene si vada configurando sempre più come uno stato a sé (la Donazione di Sutri risale al 728, mentre la Promissa Carisiaca è del 754) è in questa fase alla mercè di Carlo, il quale ha eliminato per sempre il problema longobardo e si pone ora come garante della Cristianità nell’Europa latina. La notte di natale dell’800, com’è noto, Adriano I lo incorona Imperatore. È significativo che Carlo si fregi del solo titolo imperiale senza preoccuparsi di specificarne la romanità. Romano resta l’impero d’oriente, il cui trono è giudicato dal papa come da Carlo vacante perché occupato da una donna. Carlo manda dei suoi rappresentanti a Costantinopoli nel tentativo ambizioso di chiedere la mano dell’imperatrice (802), ma poco dopo Irene viene detronizzata ed esiliata a Lesbo, dove muore nell’803. L’autore della congiura, Niceforo I, rifiuta di riconoscere il titolo di imperatore a Carlo Magno, che intanto si preoccupa soprattutto di espandere l’influenza politica e religiosa del suo immenso regno. Nell’804 riesce a sottomettere l’ultima tribù della Sassonia, che viene finalmente strappata all’antico paganesimo germanico. Nel frattempo la distruzione del regno avaro ad opera sua e del figlio Pipino (795) inizia a far sentire le sue conseguenze in Oriente: i Bulgari, finalmente liberi dal giogo degli Avari, tornano infatti ad attaccare l’impero. Nell’811 ha luogo una terribile disfatta bizantina nelle montagne presso Pliska: l’esercito di Niceforo è sterminato quasi interamente dai soldati di Krum, che addirittura si fa una coppa col teschio dell’imperatore caduto in battaglia. Il successore Michele I, impressionato dalla potenza di Carlo che ha riconquistato Istria e Venezia, alla fine è costretto a riconoscere il titolo conferitogli dal papa mandando degli ambasciatori ad Aquisgrana (812). In cambio, i bizantini riottengono l’autorità sui territori occupati. L’anno dopo un ennesimo colpo di stato porta al potere Leone l’Armeno. Sfruttando la situazione favorevole che si è venuta a creare con la morte di Krum (814) e la crisi interna al califfato abbaside, Leone V può concentrarsi sui problemi di stato. Incarica Giovanni Grammatico di dimostrare teologicamente la validità dell’iconoclastia ed elegge a patriarca Teodoto, il quale, in un concilio aperto a Santa Sofia nell’815, riabilita il concilio ecumenico del 754. Nell’820 l’imperatore viene ucciso da un vecchio commilitone, che fonda la dinastia degli Amoriani: Michele II. Diverranno proverbiali, alla raffinata corte di Bisanzio, i suoi modi rozzi e la sua ignoranza. Con forte disappunto del clero, Michele non affronta le problematiche sul culto delle immagini, ma si concentra sui molti problemi militari che si vanno creando, come la guerra civile capeggiata in Asia Minore da Tommaso lo Slavo e la ripresa delle ostilità con gli Arabi. Essi occupano Creta ma, soprattutto, sbarcano in Sicilia (827), che sarà araba entro il 902. L’ultima ondata iconoclasta ha luogo col figlio di Michele, Teofilo, che è uomo di grande cultura e profondamente affascinato dall’estetica araba. I tentativi dell’imperatore e del patriarca Giovanni Grammatico di far rivivere tale dottrina hanno però un pallido successo al di fuori della capitale. L’iconoclasmo, come ideale, sta svanendo naturalmente, e la contesa può dirsi finita con la morte di Teofilo nell’842. Ancora una volta, le sorti dell’ortodossia sono affidate a una donna: la vedova imperiale Teodora, reggente per il figlio Michele III, mette un punto alla questione riabilitando in modo definitivo il culto delle immagini nell’843.

Bibliografia

“Storia dell’Impero Bizantino”, Georg Ostrogorski (Monaco, 1964)

 “Cristianesimo bizantino”, Hugo Ball (Francoforte, 1917)