Animismo, Cristianesimo e Islam

Il continente africano, al giorno d’oggi, rappresenta un variegato mosaico di religioni e culture. Esso aderisce in gran parte alle religioni abramitiche, penetrate spontaneamente in Africa nell’arco dei secoli e sempre più violentemente imposte ai tempi del colonialismo. Lo studio delle religioni praticate in età precoloniale presenta qualche difficoltà legata all’assenza di fonti scritte, pertanto è necessario affidarsi a tre tipi di testimonianza: i resoconti di viaggiatori e missionari, i resti materiali (spesso però di ardua interpretazione) e le forme di culto praticate ancora oggi. È molto difficile individuare le religioni autoctone e discernerle dai culti importati dall’esterno, dal momento che il sincretismo è sempre stata una caratteristica delle religioni africane. È possibile tuttavia individuare alcuni elementi che divergono dalla fenomenologia religiosa cristiana e islamica e che denotano un ruolo particolare della religione. Prima di tutto bisogna notare come, nell’Africa subsahariana, la religione sia sempre stata assimilata a un popolo o un’etnia specifici, senza pertanto escludere l’accettazione di forme di culto diverse. Essa inoltre non è mai stata considerata come un ambito particolare né tantomeno privato: essa viene concepita in modo olistico. Le religioni precoloniali erano e sono politeiste, ma non di rado ammettono l’idea di un essere superiore, di una divinità creatrice. Essa assume la forma di entità astratta onnipotente e onnisciente, e spesso rientra in un dualismo che pratica una netta distinzione fra essa e un’altra entità maligna. La prima è solitamente collegata al cielo, l’altra all’acqua. I Kamba dell’Africa orientale, i Chagga (Tanzania) sono esempi di popoli che credono in simili forze: i primi associano al dio supremo Mulungu altre due divinità secondarie, mentre gli altri venerano Ruwa non tanto come creatore, quanto come garante del bene più importante, la fertilità. La figura del dio supremo, creatore e protettore della stirpe umana, ricopre quindi funzioni varie e dissimili a seconda del contesto: presso alcuni popoli, ad esempio, esso può essere invocato individualmente mediante la preghiera, mentre per altri la sua competenza si limita alle vicende collettive. A differenza delle tre Religioni del Libro, il dio creatore dei popoli subsahariani non detta mai valori assoluti o regole di condotta. Questi sono espressi da divinità secondarie o da spiriti. Il termine animismo, con cui indichiamo le varie religioni praticate in Africa prima del colonialismo, deriva dalla convinzione che qualsiasi elemento naturale sia animato da una qualche forma di genio. Accanto a questi spiriti naturali, una forte centralità è attribuita al ruolo degli antenati, che secondo molti popoli africani mantengono sempre un legame con i vivi. I rituali collettivi sono la principale manifestazione della spiritualità africana, e avvengono di solito in luoghi giudicati più densi di significato o particolarmente favorevoli, presso la tomba di un avo o in prossimità di fenomeni naturali considerati simbolici; la venerazione di oggetti con presunti poteri magici, i feticci e gli amuleti, si accompagnano a questi riti. È stato notato che molti popoli dell’Africa Nera esprimono, nella propria religiosità, un forte pragmatismo che degenera quasi nell’opportunismo: la qualità di una religione è giudicata in base ai vantaggi che offre alla comunità. Non era raro, in passato, che medium e sacerdoti fossero uccisi perché non avevano rispettato le aspettative del popolo riguardo la soluzione di un problema. Come tutte le religioni del mondo, anche quelle africane si fondano sulla memoria di una comunità o di un popolo, ma a differenza della tradizione giudaico-cristiana, che si serve di eventi drammatici del passato per fare da monito e insegnare, in non poche società africane sciagure e catastrofi vengono eliminate dalla memoria culturale pubblica. I Kikuyu del Kenya applicano il rito dell’oblio, convinti che la rievocazione di una disgrazia possa far sì che si ripeta. Il compito di vigilare sull’oblio spetta di solito agli anziani, che detengono così la memoria collettiva escludendone gli altri individui. La Storia è vista perlopiù come ciclica.  Le religioni esterne, come il cristianesimo e l’islam, si vengono spesso a scontrare con queste forme di culto variegate e multifunzionali, e laddove attecchiscono vi si fondono. Il cristianesimo è giunto in Africa molto presto; secondo la tradizione San Marco in persona predica ad Alessandria nel 61 d.C., anche se è più probabile che sia stata la Chiesa di Gerusalemme, in tempi successivi, a mandare missionari nella capitale tolemaica per convertire la consistente comunità ebraica locale. L’Egitto, comunque, abbraccia il cristianesimo con entusiasmo, e già nel 325 si contano cinquantuno vescovati; attorno al 400, probabilmente, il 90% della popolazione è cristiana. Il successo della religione evangelica è stato spiegato in più modi: sicuramente il monachesimo copto ha dei precedenti nell’ascetismo sacerdotale di età faraonica, mentre il concetto di carità si trova perfettamente in sintonia con i rituali propiziatori contro le carestie praticati da millenni lungo il Nilo. Fra III e IV secolo, mentre l’espansione bantu coinvolge il sud del continente, il Nordafrica è una delle zone dell’impero romano più vivacemente impegnate nell’elaborazione intellettuale del cristianesimo, come lo sarà poi ottocento anni dopo per quanto riguarda l’islam. A differenza dell’Egitto, il Maghreb viene raggiunto attraverso una rete di rapporti commerciali, più che attraverso gli ebrei. Nel 180 d.C. dodici cristiani vengono giustiziati a Cartagine per essersi rifiutati di omaggiare l’imperatore. Atti di persecuzione sporadici continuano a lungo, per poi attestarsi con più ferocia sotto Decio, fra il 249 e il 251. La chiesa conta allora già centocinquanta diocesi, e da Cartagine si espande velocemente a sud, in Bizacena, e a ovest, in Numidia (le pianure interne dell’attuale Algeria). Quest’area è da sempre occupata da popolazioni berbere, che fanno dell’adozione del cristianesimo la loro forma di opposizione al regime romano. Nel 303 Diocleziano ordina ai sacerdoti di consegnare i testi sacri: i traditores che ubbidiscono all’imperatore vengono così ripudiati dagli zelanti, che si riuniscono sotto la guida di Donato fondando una chiesa scismatica. Il donatismo diviene presto la fede prevalente in Maghreb, e sarà sant’Agostino ad attuarne una prima repressione, quando nel 411 viene messa al bando come eresia. Il tentativo cattolico di riportare all’ortodossia questi territori viene però subito interrotto dall’invasione dei Vandali (429), e riprende con Giustiniano oltre un secolo dopo. Ciò che resta del donatismo si limita alla sola Numidia, da dove verrà estirpato con l’arrivo dell’islam. Nonostante gli sconvolgimenti legati alle invasioni barbariche e alla repentina espansione araba, c’è una regione dell’Africa in cui il cristianesimo sopravvive con tenacia: l’Etiopia. La chiesa copta d’Egitto inizia fin dai primi secoli ad espandersi verso sud, servendosi di monaci missionari. Il potente regno di Axum, nato nel I secolo d.C., adotta il cristianesimo come religione ufficiale già nel 333, dopo che, secondo la tradizione, il mercante Frumenzio era stato rapito di ritorno dall’India, divenendo precettore del futuro re Ezana. La chiesa etiope diviene monofisita sotto la guida dei monaci copti di Alessandria, che la guidano fino al XX secolo. Tra V e VII secolo la Bibbia viene tradotta in lingua Ge’ez. Nello stesso periodo Axum entra in crisi, un po’ perché lo scontro fra Impero Bizantino e Persia altera le rotte commerciali, un po’ per la distruzione di Adulis per mano musulmana (ma anche per il cambiamento climatico, che riduce drasticamente le precipitazioni necessarie all’agricoltura del regno). L’ultimo re di Axum muore nel 630, ma a sudovest, intanto, l’incontro fra cultura axumita e cuscitica sta dando vita al futuro regno d’Etiopia. Questo è l’unico stato cristiano a resistere all’islam, in virtù anche della sua posizione, attestata sull’altopiano etiope fra i 1800 e i 2500 metri di altitudine. L’Etiopia sopravvive commerciando in schiavi, oro e avorio, che scambia col sale dei bassopiani. Questo è infatti monopolio delle popolazioni somale di lingua cuscitica, delle pianure orientali, e di quelle di lingua semitica, organizzate nei due stati di più antica fede islamica dell’Africa subsahariana, Scioà e Ifat. L’eco della presenza di un regno cristiano in Africa è alla base della leggenda medievale del Prete Gianni, ed è anche uno dei motivi per cui i portoghesi iniziano l’esplorazione del continente ai tempi di Enrico il Navigatore (1394-1460), nel tentativo di accedere al Mar Rosso aggirando i dazi egiziani. Nel 1543 un corpo di moschettieri portoghesi combatte a fianco dell’imperatore d’Etiopia contro il sultano di Harar.  Immediatamente a sud dell’Egitto si estende la Nubia, in cui il cristianesimo affonda in modalità diverse da quelle di Axum. Dopo il crollo di Meroe nel IV secolo, l’antico regno nubiano si scinde in tre: Nobazia, Makurra e Alwa. I primi missionari, giunti stavolta dalla stessa Costantinopoli, giungono in Nobazia nel 543, mentre nel 580 Longino arriva in Alwa. Poco dopo anche Makurra si converte. Tutti e tre i regni, che resteranno cristiani per quasi un millennio, adottano comunque la fede monofisita dei copti, anche se nell’architettura e nell’arte imitano Bisanzio e la lingua liturgica rimarrà sempre il greco. Si pensa che la scomparsa del cristianesimo in quest’area sia da collegarsi anche al mancato adattamento alla cultura locale, a differenza di quanto accaduto invece per l’Etiopia: basti pensare che nella pittura nubiana Cristo e i santi vengono raffigurati di carnagione bianca, cosa che non accade nei codici e negli affreschi etiopi.

 L’arrivo dell’islam nell’area nubiana segue a ruota la conquista dell’Egitto (641), ma da subito gli arabi trovano forte resistenza da parte delle popolazioni locali. Nel 652 si trovano costretti a stipulare una tregua (baqt) con il regno di Makurra, con la clausola che quest’ultimo fornisca trecentosessanta schiavi all’anno in cambio dei prodotti egiziani e del diritto di commercio. Quando nel 1171 Saladino abbatte il potere fatimide del Cairo, ne stermina anche l’esercito di schiavi nubiani, provocando una ribellione del Makurra. La Nubia entra in una stagione di anarchia militare, che si conclude con l’intervento dell’Egitto mamelucco e l’ascesa al trono Makurra di un musulmano (1316). La conversione di Egitto e Maghreb all’islam non è istantanea: i copti restano fieramente attaccati alle proprie tradizioni, accettando di pagare la consueta tassa imposta dagli arabi ai dhimmi, almeno fino all’VIII secolo. In questo periodo l’afflusso crescente di immigrati arabi comporta una graduale esclusione dei cristiani dagli incarichi governativi, fino a quel momento in mano loro, e le esose campagne militari omayyadi rendono sempre più gravose le imposte. La conversione alla religione musulmana è a questo punto inarrestabile, e nell’arco di qualche secolo l’islam diventa la fede dominante. Nel Maghreb, invece, i berberi continuano ad esprimere le proprie tendenze separatiste abbracciando il kharigismo. La dinastia abbaside, avendo spostato la capitale a Baghdad, favorisce l’autonomia dell’Ifriqiya e del resto del Nordafrica: dal IX secolo l’Egitto è in mano turca e poi fatimide (dinastia sciita con base al Cairo). I luogotenenti berberi del controcaliffato egiziano, gli ziridi, si ribellano nel 1048. Secondo la tradizione, che seppur fondata ha molto di leggendario, Il Cairo risponde alla provocazione incoraggiando i banuhilal e altri nomadi arabi a colonizzare l’Ifriqiya, che così viene massicciamente arabizzata. I berberi sanhaja, più a occidente, danno invece vita al regno almoravide: Abdallah ibn Yasin riesce ad opporsi agli zenata e a imporre il sunnismo. Nel 1070 fonda Marrakech, e nel 1083 conquista tutto il Maghreb a ovest di Algeri. Tre anni dopo penetra poi in Spagna. Gli agricoltori berberi dell’Atlante, molto critici nei confronti del rigore degli Almoravidi, animano il partito degli Almohadi (“Unitari”): sotto la guida di Muhammad ibn Tumart, dichiaratosi mahdi, guidano un jihad che li porta a conquistare Marrakech nel 1147 e poi l’intera Ifriqiya nel 1160. Frenata così anche l’espansione banu hilal, il Maghreb si trova unificato sotto un unico regime berbero. Gli Almohadi, meno rigoristi dei loro predecessori, permettono al sufismo di penetrare nella regione, ma dopo la sconfitta in Spagna nel 1212 anche il loro stato comincia a sfaldarsi (subentrano allora varie dinastie, che si spartiscono il Maghreb, come i Marinidi, gli Hafsidi, gli Zayanidi…). L’Egitto, che col primo islam ha conosciuto secoli di splendore economico e culturale pari solo all’epoca tolemaica, diventa l’estremo baluardo musulmano contro crociati e mongoli ai tempi di Saladino (che lo strappa ai Fatimidi nel 1171) e nel 1250 cade in mano mamelucca: il suo potere economico è ora limitato dallo sfaldarsi dell’impero mongolo (e delle sue rotte commerciali) da un lato, e dal predominio mediterraneo delle cristiane province marinare dall’altro. Il Maghreb, che allo stesso modo ha visto un maestoso incremento demografico e il rifiorire dell’economia dopo secoli di stasi, assiste alla timida controffensiva cristiana, segno che l’Europa sta recuperando il potere perso nei secoli precedenti: frati domenicani fondano una comunità a Tunisi nel 1250, mentre nel 1284-86 l’Aragona costituisce le prime colonie cristiane a largo della Tunisia. La peste nera del 1348 affossa definitivamente il Nordafrica, che non si riprenderà dal colpo fino al XIX secolo.

 L’Africa subsahariana entra in contatto con l’islam grazie ai commerci trans-sahariani: Al Yakubi descrive nell’872 i tre principali regni della savana africana (Kanem, Ghana e Gao). Il Kanem e il Bornu sono i principali fornitori di schiavi dell’Africa occidentale, mentre gli antichi Garamanti del Fezzan, che già in epoca romana esportavano schiavi e avorio, adottano dal IV secolo il cammello per attraversare con più facilità il deserto. A partire dall’VIII secolo tutte le monete prodotte dalle zecche califfali del Maghreb e della Spagna sono coniate usando l’oro subsahariano, che domina per secoli il mercato, anche quando l’Europa meridionale avvia una tardiva corsa all’oro nel XIII secolo. In questo contesto nasce e si sviluppa l’impero del Mali, che cresce a spese dell’antico Ghana, la cui posizione ai margini del deserto diventa insostenibile, quando dopo il 1100 ha inizio un periodo di inaridimento. I sovrani di questi potenti regni subsahariani hanno un atteggiamento religiosamente eclettico: in genere sono più interessati a mantenere la pace sociale, e si adattano alle richieste dei sudditi. Il primo sovrano dell’Africa tropicale a convertirsi all’islam è il re di Gao (prima del 1000), seguito dal Tekrur (entro il 1040) e dal Kanem (1067 circa). Il Ghana invece, ormai in declino, adotta l’islam sotto la pressione degli Almoravidi (1070-1080). Per quanto riguarda l’Africa orientale, anch’essa entra in contatto con l’islam grazie ai commerci. L’Oceano Indiano è infatti da sempre uno straordinario punto di incontro e scambio commerciale fra Africa e Asia. Ceramiche persiane risalenti al V-VII secolo sono state rinvenute sulle coste che vanno dal Corno d’Africa a Chibuene, mentre la penetrazione di mercanti arabi, provenienti dal Mar Rosso, in Kenya e Tanzania è attestata almeno dal I secolo d.C. La prima base dell’islam in Africa orientale è probabilmente Shanga, un insediamento nell’arcipelago di Lamu risalente all’VIII secolo, che presenta le fondamenta di quella che poteva essere una moschea lignea, approssimativamente orientata verso La Mecca. Non è chiaro se gli abitanti fossero coloni, provenienti probabilmente dall’Arabia, o se fossero indigeni. Le attestazioni del commercio con l’interno sono maggiori a sud, nello Zimbabwe meridionale, Botswana settentrionale e Transvaal orientale, regioni che esportano avorio. Dal X secolo è attestata anche l’esportazione di schiavi da queste coste, che a partire dall’anno 1000 circa conoscono una forte islamizzazione parallela a un grande sviluppo commerciale. A Kilwa, sulla costa meridionale della Tanzania, emerge una prima dinastia musulmana (XI secolo), destituita due secoli dopo dai mahdali, yemeniti che vantano una discendenza profetica diretta e che portano Kilwa ad essere una delle maggiori potenze commerciali africane del XIV secolo. Quando Ibn Battuta visita la città nel 1331, il commercio dell’oro in tutta la regione è monopolizzato da Kilwa, le cui monete circolano anche nel Grande Zimbabwe, e la popolazione nera dei cosiddetti zeng è in condizioni di semischiavitù. I sultani di Kilwa e Mogadiscio, pur conoscendo l’arabo, parlano a lungo lo swahili.

Prima del XVIII secolo, comunque, la penetrazione di cristianesimo e islam nell’Africa subsahariana rappresenta un fenomeno tutto sommato superficiale: nella maggioranza dei casi coinvolge infatti solo le zone costiere o, come nei grandi imperi dell’Africa occidentale, la classe dominante. Un’offensiva più seria, da parte dell’islam, arriva nell’Ottocento, “il secolo del jihad”: dai paesi nordafricani giungono in questo periodo molti missionari, che fondano scuole coraniche e tentano di convertire definitivamente la massa popolare alla religione del Profeta. Un ruolo fondamentale spetta in questo contesto alle confraternite sufi che, servendosi di leader carismatici dalla forte impronta mistica, attirano molti fedeli e portano al consolidarsi di forme di culto sincretistiche, che costituiscono la base dell’islam praticato oggi in queste regioni del continente. Anche il cristianesimo è attecchito grazie all’incontro con religiosità precedenti, con cui ha formato un meltingpot culturale capace di produrre comunità religiose, chiese indipendenti e presunti profeti (come Ntsikana, il Messia dei sudafricani Xhosa). L’attività missionaria da parte degli europei coinvolge molto poco l’Africa fino al XVIII secolo, quando invece vengono a costituirsi, nel Vecchio Continente, i primi movimenti antischiavisti, responsabili della successiva cristianizzazione. I primi a condannare la tratta atlantica sono i quaccheri, cui ben presto il razionalismo teologico imperante affianca nuovi movimenti di ispirazione protestante, come i metodisti in Gran Bretagna e i pietisti tedeschi. A favorire il processo di evangelizzazione contribuisce anche l’insediamento costante, nel XIX secolo, di ex-schiavi nell’Africa occidentale. Le prime società missionarie a costituirsi, alla fine del Settecento, sono inglesi (Baptist Missionary Society, London Missionary Society, Church Missionary Society), cui seguono quelle olandesi, svizzere e soprattutto tedesche (Berliner Mission, 1823; Rheinische Missionsgesellschaft, 1828; Norddeutsche Mission, 1836 ecc…). Le missioni operano soprattutto in Africa occidentale, e iniziano col convertire capi tribù e leader sfruttando i griqua, gruppo etnicamente eterogeneo e aperto alle influenze cristiane. In Africa orientale, negli anni quaranta del XIX secolo, missionari britannici si spingono verso l’interno partendo da Mombasa. Sono proprio due missionari inglesi, nel 1848, i primi europei a vedere il Kilimangiaro, mentre la spedizione di David Livingston per conto della London Missionary Society porta alla fondazione di strutture missionarie nella regione dei Grandi Laghi. A partire dagli anni sessanta anche gruppi missionari francesi iniziano a penetrare nel continente, esplorando il bacino del Congo e preparando di fatto la strada alla successiva colonizzazione. Le missioni tedesche raggiungono l’Africa sud-occidentale fra 1842 e 1843, operando fra i Nama e gli Herero. In Sudafrica i missionari trovano molto consenso fra i poveri e gli emarginati, ma si scontrano con la resistenza dei boeri a ogni tentativo di equiparazione fra bianchi e neri. Nella regione del Congo, missioni protestanti e cattoliche si intrecciano presto a interessi di politica coloniale e conflitti fra potenze europee. Le prime missioni si interessano a tradurre la Bibbia nelle lingue locali, così da favorire l’evangelizzazione. L’atteggiamento sincretistico degli africani aiuta ulteriormente la diffusione del cristianesimo, che offre loro molti elementi non estranei alla cultura locale. In particolare l’Antico Testamento, che descrive formazioni sociali e norme riscontrabili anche in molte società africane (come la poligamia, i sacrifici e i riti magici), attira l’interesse delle popolazioni equatoriali.

Bibliografia

“Breve storia dell’Africa”, Winfried Speitkamp (Stoccarda, 2007)

“Il mondo musulmano”, Biancamaria Scarcia Amoretti (Roma, 1998)

“Popoli dell’Africa”, John Iliffe (Cambridge, 1995)