La scrittura in Africa

La storia dell’Africa è in larga parte sconosciuta a causa del numero limitato di documenti prodotti nel corso della suo plurimillenario sviluppo umano. L’Africa, com’è noto, è il continente d’origine dei grossi primati ed è il luogo in cui, in un periodo compreso fra i 10 e i 6 milioni di anni fa, i nostri progenitori si sono scissi dagli scimpanzé, che condividono con noi il 98,4% del patrimonio genetico (tanto che Jared Diamond usa, per riferirsi alla nostra specie, la suggestiva espressione di Terzo Scimpanzé). Partendo dalla Rift Valley, in cui i primi veri ominidi hanno proliferato e si sono evoluti, l’uomo ha poi abbandonato il continente d’origine fra 1,8 e 1,3 milioni di anni fa, per espandersi nel corso dei millenni fino agli altri e portando con sé il proprio bagaglio culturale fatto di credenze, tecniche, lingue. Nei vari continenti i nostri progenitori hanno sviluppato qualche forma di scrittura, tranne in Oceania. In America, l’unico alfabeto precolombiano paragonabile a quelli di civiltà del Vicino e Medio Oriente, o d’Egitto, è quello maya. Esso è però attestato solo per l’età definita “classica” (250-900 d.C.). Per quanto riguarda l’Africa, la cui storia si può ricostruire grazie perlopiù a fonti orali, essa ha comunque sviluppato alfabeti propri, come il Ge’ez usato ancora oggi in Etiopia (Eritrea) e, nella parte occidentale, il Vai e il Nsibidi (mentre l’Ajami è l’adattamento in caratteri arabi delle lingue locali). Ma resta il fatto che nel continente nero si sono sviluppati gli alfabeti più antichi al mondo. Considerando che il cuneiforme, fra le scritture più arcaiche dell’umanità, inizia ad essere praticato attorno al 3200 a.C., non siamo troppo lontani dall’adozione del proto-geroglifico in Egitto (le trecento tavolette d’argilla rinvenute nella tomba di un sovrano predinastico ad Abydos sembrerebbero risalire al 3200-3100 a.C.). Ma l’Africa ha prodotto alfabeti ben più antichi della scrittura sacra dei faraoni. Alcuni gusci d’ostrica incisi con ideogrammi e simboli sono stati trovati in Sudafrica da un’équipe francese, e parrebbero risalire a 60.000 anni fa. Tali segni sono stai identificati come nomi di comunità, ma la cosa è tutta da dimostrare. Sicuramente, però, ci troviamo di fronte a una proto-scrittura. Il primo vero alfabeto che l’uomo abbia prodotto è il cosiddetto Proto-Sahariano, attestato presso l’oasi di Kharga e utilizzato all’incirca fra il 5000 e il 3000 a.C. Probabilmente, alla stessa epoca risalirebbe un altro alfabeto utilizzato ancora oggi, lo Nsibidi. Esso rappresenta un alfabeto franco per l’africa centro-occidentale, utilizzato per comunicare in varie lingue diverse della stessa area. Archeologicamente, è attestato almeno dal III millennio a.C. (ad esempio sui monoliti di Ikom, in Nigeria). L’Egitto è noto per essere la patria del Geroglifico, un alfabeto logosillabico chiamato dagli Egizi MeduNeter (“lingua di Dio”) e forse di origine nubiana. Ad esso si affianca presto una versione semplificata, chiamata in età ellenistica Ieratico, utilizzato per l’amministrazione e la letteratura (3200 a.C - VII secolo d.C.), ma che col tempo assumerà anche una funzione sacrale, sostituito nelle sue mansioni originarie dal Demotico, l’alfabeto utilizzato comunemente in Egitto dal 650 a.C. circa fino all’avvento del Copto nel VII secolo della nostra era. Il Tifinarh, invece, è uno degli alfabeti più longevi al mondo. Si tratta di una scrittura libico-berbera nata probabilmente nel sud dell’attuale Algeria cinquemila anni fa, e adottata ben presto in tutta l’area dei commerci carovanieri e dei pascoli tuareg (Libia, Mali, Niger, Chad, Burkina Faso, Algeria, Senegal, Mauritania…). Esso, simile nei caratteri ad altri alfabeti libici, è comprensibile a tutti i tuareg (che a sud parlano il tamashèk e a nord il tamahàk) e tradizionalmente è conosciuto e praticato solo dalle donne. Anche se non attinente con l’argomento trattato è interessante, comunque, citare un’altra forma di alfabeto utilizzato dagli uomini del deserto, che non è però in forma scritta: si tratta di un “linguaggio muto” usato per messaggi riservati, in trattative commerciali o amorose, trasmesso tramite segni tracciati col dito sul palmo della mano dell’interlocutore. La stessa longevità caratterizza uno degli alfabeti più importanti dell’Africa, il Vai: esso è un sistema sillabico a 210 caratteri, è praticato ad oggi da 150.000 persone fra Liberia e Sierra Leone, ed è credenza comune che sia nato da un sogno. A un periodo compreso fra 2000 e 1400 a.C. risale l’utilizzo del Proto-Sinaitico, una scrittura affine al Proto-Sahariano e forse alla base del successivo alfabeto fenicio, attestato nell’area fra Tebe e Abydos. La zona del Regno di Kush (ovvero l’Etiopia) ha dato origine ad alfabeti diversi. Il più antico è il Meroitico, diramatosi dall’antica capitale Napata a partire dal IX secolo a.C e surclassato dal Ge’ez. Quest’ultimo, risalente alla stessa epoca, è un sistema di scrittura alfasillabario che permette, attraverso i suoi 231 segni, di trascrivere le principali lingue locali (etiopico, amarico, tigrino e tigrè). Oggi è ancora l’alfabeto ufficiale della Chiesa Etiopica. Il Sabeo è invece un alfabeto attestato in Etiopia e Yemen, colonia arabica dell’impero D’mt, utilizzato fra il 700 a.C. e il 600 d.C). Infine l’AnticoNubiano, un alfabeto derivante dal Meroitico e, in una fase successiva, dal Copto, è il sistema utilizzato per trascrivere le lingue nubiane fra l’VIII e il XV secolo. Alla luce di questo sintetico quadro degli alfabeti principali susseguitisi in Africa prima, in parallelo e dopo l’introduzione di altri alfabeti esterni (per citarne solo alcuni quello fenicio, greco, ebraico, arabo, latino), si nota subito come vaste aree del continente non abbiano mai conosciuto una forma scritta delle proprie lingue, che sono innumerevoli, ma anche quanto sia stata prematura l’adozione di sistemi di scrittura in questo continente rispetto agli altri. Oggi gli alfabeti più utilizzati in Africa sono quello latino e quello arabo, ma non sono mancati, nel recente passato, tentativi di creare un sistema grafico alternativo ai modelli dominanti. Risale al 1978, ad esempio, l’invenzione del Mandombe: questo alfabeto di tipo alfasillabario è frutto del genio di David Wabeladio Payi, che vuole allora dotare lo Zaire (attuale Repubblica Democratica del Congo) di un sistema per trascrivere le principali lingue congolesi. Tale invenzione, conseguenza, a detta del suo autore, di visioni mistiche e rivelazioni, è un alfabeto che si adatterebbe a tutti gli idiomi dell’Africa subsahariana.

Bibliografia

“Storia dell’Africa nera”, Joseph Ki-Zerbo (Parigi, 1972)

“Popoli d’Africa”, Alberto Arecchi (Verona, 1992)

http://taneter.org/writing.html

http://atlantablackstar.com/2014/08/08/11-ancient-african-writing-systems-demolish-myth-black-people-illiterate/

“Breve storia dell’Africa”, C. Coquery Vitrovicth (New York, 2012)