L'Impero del Mali (1235-1600)

Fra la fine del XII e del XVI secolo l’Africa assiste a un simultaneo sviluppo di tutte le sue regioni dal punto di vista economico, politico e culturale. Per certi aspetti si potrebbe quasi parlare di “età aurea dell’Africa nera”. Una serie di fattori susseguitisi nei secoli ha contribuito al consolidarsi di questa situazione, favorita dalla nascita di forti e ricche entità statali di natura federale. Se facciamo un salto indietro di circa 5000 anni individuiamo subito un evento di portata essenziale per le sorti del continente: l’inizio dell’espansione Bantù. Col termine Bantù non ci si riferisce ad una civiltà specifica, bensì ad una compagine linguistico-culturale non meglio precisata, ma che rappresenta il capostipite di 2/3 delle lingue e delle etnie che popolano l’Africa. Le teorie al riguardo sono per molti aspetti speculative, e la ricerca abbraccia svariati settori, dalla filologia all’antropologia fisica: come per gli Indoeuropei, che si menzionano solitamente più che altro per riferirsi ad una lingua protoeuropea antenata delle varie famiglie in cui si articolano gli idiomi del vecchio continente e di parti dell’Asia, anche i Bantù hanno una provenienza poco chiara (l’Urheimat degli Indoeuropei, stando alle teorie più accreditate, sarebbe da individuarsi in Anatolia o più verosimilmente a nord del Mar Nero, fra Don e Volga). È probabile che intorno al secondo millennio a.C. , con il progressivo inaridimento del Sahara, essi siano stati spinti ad espandersi a sud da una zona che potrebbe corrispondere al confine fra Nigeria e Camerun. In questo periodo (Fase I) avrebbero raggiunto le foreste pluviali dell’Africa centrale. Circa un millennio dopo l’espansione sarebbe continuata nelle regioni meridionali e orientali (Fase II) per poi attestarsi in Zambia con l’introduzione di nuove tecniche agricole (Fase III). Ad oggi l’Africa subsahariana è quasi interamente occupata da ceppi linguistici bantù, esclusa la macroregione a cavallo fra Sudafrica e Namibia, il Kalahari: qui vivono gruppi Khoisan che si sono salvati dall’assimilazione perché stabilitisi in zone dove l’economia bantù, di stampo agricolo, non è potuta attecchire. L’espansione bantù e la scomparsa di gruppi preesistenti rappresentano un primo punto fermo nella storia dell’Africa, che per queste epoche è alquanto oscura (se si escludono le realtà di Egitto, Kush, Aksum…). Gli altri due eventi determinanti, che portano alle condizioni di far nascere i grandi imperi centroafricani, sono poi le migrazioni di popolazioni berbere verso sud intorno al IV secolo e l’espansione dell’Islam. All’epoca del profeta hanno infatti luogo forti contatti commerciali fra gli Arabi e il Sahel, che porteranno oltretutto all’introduzione, fra le popolazioni negoridi, dell’allevamento di dromedari, bovini ed equini. Il quadro etnico dell’area che prendiamo in esame, nel descrivere la nascita dell’Impero del Mali, è molto variegato. I gruppi più consistenti sono rappresentati dai Bambara, Malinké,  Peul, Senufo, Songhai, Dogon, Bozo, Khassonké, Tuareg.

Bambara, Malinké e Khassonké sono, insieme ad altri gruppi minori, popoli appartenenti alla famiglia dei Mandinghi, nome derivato dalla storpiatura, da parte degli europei, di una serie di termini locali come “mandinka” (“uomo che parla la lingua di Mandè”, “uomo del Mali”), riscontrabile in diverse varianti. Bambara corrisponde al nostro “barbari”, ed è il nome con cui inizialmente le popolazioni convertite all’Islam designavano i loro conterranei rimasti pagani. I Dogon sono una popolazione di agricoltori che vive su scoscesi terrazzi rocciosi del Mali, e che ha conservato costumi e credenze ancestrali. I nomadi Peul abitano invece tutto il Sahel, dal Senegal al Camerun. I Senufo sono agricoltori sedentari che abitano in villaggi fortificati eretti per difendersi dalle incursioni mandinghe. Gli attuali Songhai sono i discendenti dell’antico e omonimo impero, oggi agricoltori lungo il Niger, fiume che offre sostentamento anche agli agricoltori Bozo. Infine ci sono i Tuareg, un fiero popolo di nomadi berberi che da duemila anni attraversa a fini di commercio le immense distese del Sahara e del Sahel, in spasmodica ricerca dei tre grandi elementi essenziali alla propria sopravvivenza: acqua, pascoli e sale. Essi sono probabilmente i discendenti dei Garamanti di cui parlano gli antichi. Il primo grande impero nero di cui si abbiano notizie abbastanza precise è quello di Wagadù (“Paese delle greggi”), meglio noto come Regno di Ghana. Esso nasce intorno al IV secolo, mentre l’Impero Romano crolla, grazie anche alla migrazione di popolazioni berbere verso sud. L’area occupata da questo primo grande stato centroafricano corrisponde ai territori a nord delle due anse divergenti del Senegal e del Niger, favorevole all’allevamento e polo d’attrazione imprescindibile per i Tuareg. Secondo una celebre cronaca araba (Tarikh as-Sudan) il trono di Wagadù sarebbe stato occupato, prima del 750, da una dinastia di quarantaquattro principi bianchi succedutisi l’un l’altro. Probabilmente si trattava proprio di berberi, che nel corso di un paio di secoli si mescolano al grosso della popolazione malinkè. Nel 1076 la capitale dell’Impero, Kumbi Saleh, viene espugnata dagli Almoravidi, che però preferiscono ritirarsi lasciando formalmente i territori del Sahel indipendenti, anche se tributari di Marrakech. Fallito il tentativo marocchino di imporsi sull’intera area, un altro stato sembra trovarsi nella posizione di poter subentrare al Ghana nel controllo delle rotte commerciali fra i fiumi Senegal e Niger. Si tratta del regno soso del Kaniaga, situato a sud del Ghana e pertanto al riparo dalle incursioni berbere ma allo stesso tempo più vicino alle miniere del Buré. Fondato attorno all’VIII secolo, esso conosce un forte sviluppo fra XI e XII secolo con la dinastia Soninkè dei Dyariso. Discendenti da una casta di fabbri, essi praticano il tradizionale animismo e si oppongono con veemenza all’Islam. Sumanguru Kante (1200-1235), sovrano del Kaniaga, approfitta della crisi ghanese per espugnare Kumbi Saleh ed imporre la propria egemonia sul Sudan. Il potere che ha così raggiunto è immenso, ma ben presto dovrà soccombere a una nuova potenza, il Mali, che detiene il controllo diretto su ciò che nemmeno il Ghana aveva: i giacimenti auriferi. Fra i monti del Manding si era sviluppato, secoli prima, un modesto principato attorno alle due città Kiri e Dakadyala. Gli abitanti della zona sono rozzi contadini-cacciatori di etnia malinké. Il potere è detenuto inizialmente dai simbon, i capi-cacciatori, che si riuniscono in un Ghara (“Gran Consiglio”) ciascuno rappresentando la propria comunità. Nelle zone limitrofe fioriscono altri piccoli principati indipendenti, che presto dovranno riconoscere il primato del Mali/Manding, i cui sovrani si convertono all’Islam a partire dall’XI secolo. Il re del Mali Nare Fa Maghan (1218-1230) si distingue per le conquiste che fa verso sud, ai danni dei Somono. È proprio lui a cadere vittima di Sumanguru, che conquista il suo regno e fa uccidere undici suoi figli. Ne risparmia solo uno, in virtù della sua infermità: Sun Dyata. Egli secondo la leggenda nasce dalla moglie più brutta di Nare Fa Maghan, e cammina a gattoni fino ai sette anni. Quando un giorno decide di alzarsi sulle sole gambe, cerca di aiutarsi con una sbarra di ferro, che però si piega misteriosamente sotto il suo peso. Prova allora ad usare lo scettro del re usurpatore, che lo sostiene mentre la folla intorno a lui lo celebra come salvatore della patria. Leggende a parte, egli raduna nel 1234 una confederazione dei popoli circostanti volta a destituire Sumanguru, e grazie anche agli arcieri inviatigli dal re di Bobo, lo sconfigge nella battaglia di Kirina. Sun Dyata espande poi il proprio dominio a Baghana, Bélédougou, Wagadù, Bakhunu e alla città di Kumbi. I capi dell’insurrezione che lo hanno accompagnato si riuniscono per conferirgli il titolo di mansa: nasce l’Impero del Mali. Sun Dyata fonda una nuova capitale vicino a dove ha sconfitto Sumanguru (Nyani) e continua fino alla fine ad espandere i confini del suo stato (Bambouk, Bundu, Dyara-Tekrur), per poi scomparire in modo enigmatico come tutti i fondatori di un grande impero. La decentralizzazione dello stato ha luogo fin dal suo successore Ule (1255-1270), che insedia i generali più fidati come feudatari delle varie province. Alla morte del mansa Abu Bakr I sale al trono un liberto di corte, Sakura, che verrà assassinato dai briganti in Tripolitania, regione con la quale fioriscono i commerci durante il suo regno. L’impero è ormai all’apogeo: dopo Abu Bakr II (che scompare nel tentativo di esplorare l’Oceano Atlantico) e Kanku Musa (probabilmente  l’uomo più ricco della storia), i mansa devono affrontare la concorrenza dell’Impero di Songhai ormai in ascesa e continui problemi di successione. Musa II (1374-1387) è ormai un imperatore fantoccio ostaggio del proprio vizir, e con il suo successore, l’anonimo Mari Djata II, si estingue la gloriosa dinastia Laye (1389). D’ora in avanti si succederanno mansa di provenienza varia, e nessuna dinastia riuscirà ad imporsi. Durante il regno di Mahmud II l’impero è assediato su più fronti: la regione del Macina e del Wagadù sono conquistate dagli Yatenga (1477), mentre i Peul invadono il Tekrur (1481) e il Songhai strappa al mansa Jalo e Taghazza. L’imperatore tenta di sfruttare l’alleanza stipulata coi portoghesi chiedendo un intervento europeo contro i Peul, ma a quanto pare le due spedizioni inviate da Giovanni II Aviz non giungono mai in Africa.Nel XVI secolo l’Impero di Songhai continua a corrodere il Mali privandolo di una provincia dopo l’altra, fino a quando Mahmud III non viene definitivamente sconfitto e costretto a ritirarsi nel Manden. L’impero si riduce ormai solamente a questa regione, da cui nel 1599 l’ultimo mansa, Mahmud IV, prova ad affrontare il Marocco, che nel frattempo ha abbattuto il Songhai. Alla sua morte, il Manden si divide in tre regni distinti (Kangaba, Joma e Hamana) controllati ciascuno da un figlio del mansa. Sebbene tutti e tre mantengano il titolo paterno, non si può più, chiaramente, parlare di impero. La guerra santa degli animisti Banama contro il Manden (1630) pone presto fine a due dei tre regni.  Il Kangaba crolla nel 1670, e con esso tutto ciò che rimane dell’antico Mali.

Bibliografia

“Storia dell’Africa nera”, Joseph Ki-Zerbo (Parigi, 1972)

“Popoli d’Africa”, Alberto Arecchi (Verona, 1992)

http://www.newworldencyclopedia.org/entry/Mali_Empire