Il Califfato dalle origini al Medioevo

Un argomento che alimenta da secoli il dibattito degli storici (e non solo) è come sia stata possibile un’espansione tanto repentina degli Arabi e, con essi, della religione islamica. È necessario, forse, ricordare che le conquiste di Muhammad e dei suoi primi khalifa (successori) si inseriscono in un processo di lungo termine che la Mezzaluna Fertile aveva conosciuto fin dal III millennio a.C., ovvero la penetrazione continua, a fasi più o meno intense, di nomadi di lingua semitica provenienti dal deserto siriano, vale a dire accadi, cananei e aramei.  La novità risiede soprattutto nella portata dell’evento e nel tentativo concreto di dare un’unità politico-religiosa del tutto inedita alla penisola arabica, con centro a Medina. Gli antichi regni dell’Arabia Meridionale erano territorialmente limitati all’angolo sudoccidentale della penisola, che in generale era divisa fra varie tribù spesso in contrasto fra loro per il monopolio della Via dell’incenso. Già in epoca pre-islamica le tribù della penisola erano probabilmente inserite in uno schema genealogico basato sulla presunzione che discendessero tutti da antenati comuni: capostipite degli arabi meridionali era considerato Qahtan, quello degli arabi settentrionali ‘Adnan. In seguito tali genealogie verranno ricondotte all’Antico Testamento: Qahtan si identifica a quel punto con Joktan, nipote di Sem (figlio di Noè), mentre Adnan diviene un discendente di Ismaele, il capostipite stesso degli arabi. E per questo gli arabi del sud sono considerati i veri ‘ariba, contrapposti ai musta’riba (“arabizzati”) del nord. L’universo religioso dell’Arabia preislamica non è dissimile dal panorama mediterraneo antico: l’area è contrassegnata da santuari, il più delle volte collegati a un’oasi e alla rispettiva tribù, dedicati alle più disparate divinità. Già allora la Ka’ba è fra i poli di maggior attrazione, col suo tempio cubico dedicato a Hubal e la pietra nera ancora oggi ivi conservata. Pare che Hubal, dio protettore della tribù dei Qurayshiti, fosse già venerato come Allah (contrazione di al-ilah, “la divinità”) insieme ad una dea chiamata Allat. Ebraismo e Cristianesimo sono penetrati nell’area da nord come da sud, ma sembra che gli ebrei siano entrati nel mondo arabico con più forza, per ragioni culturali ma soprattutto commerciali. I cristiani dei primi secoli infatti, giungono in questa zona soprattutto per sfuggire alle persecuzioni o, in molti casi, sperimentare i dolori salvifici del deserto, e non si integrano nello stesso modo dei giudei, che anzi costituiscono tribù in varie oasi (nella stessa Medina tre delle cinque tribù arabe locali sono, ai tempi del Profeta, di fede ebraica). È indicativo, a questo proposito, constatare come il Corano attinga a piene mani dal patrimonio storico dell’Antico Testamento, riferendosi in misura molto minore ai racconti degli evangelisti. È in questo contesto religioso che si muovono, già prima della Rivelazione, gli hanif, una sorta di santoni itineranti monoteisti, svincolati da entrambe le grandi religioni del libro allora esistenti, che vagano per il deserto cercando risposte ai propri dubbi spirituali. E sempre in questo contesto, attorno al 570, nasce Muhammad. Egli è membro del clan qurayshita degli Hashimiti e fa fortuna, come tanti conterranei, col commercio, che lo porta a visitare la Siria per conto di una ricca vedova, Khadigia, che poi sposerà. Nel 610 ha inizio la rivelazione coranica, che si protrae fino alla morte del Profeta nel 632. I clan dominanti della tribù dei Qurayshiti osteggiano la nuova religione da lui professata, forse per non perdere i lauti introiti legati al pellegrinaggio pagano alla Ka’ba, e pertanto Muhammad è costretto a fuggire dalla Mecca, insieme a un nutrito seguito di fedeli, per Medina. Con questo evento ha inizio il calendario islamico e nasce la Umma, la comunità islamica che ben presto accoglierà tanti arabi e molti altri popoli. Nei dieci anni successivi la Umma arriva a comprendere l’intera Arabia, per la prima volta unita, che si affaccia così sul panorama geopolitico mediterraneo, da secoli in balìa di due grandi entità statali: ad ovest il mondo ellenistico con erede l’impero romano-bizantino, ad est l’impero persiano degli Achemenidi, dei Parti e infine dei Sasanidi. Si viene a creare, intorno alla figura del Profeta, un’élite politico-militare rappresentata dai muhajirun, gli “emigrati” con lui dalla Mecca, che assumono quindi una posizione di privilegio rispetto ai convertiti di Medina, gli ansar (“aiutanti”). I quattro califfi che succedono a Muhammad i cosiddetti rashidun (“ortodossi”), Abu Bakr, Omar, Othman e Ali, rientrano nella schiera degli emigrati con lui a Medina e appartengono, come lui, alla tribù dei Qurayshiti. L’espansione militare al di fuori della penisola ha inizio col secondo califfo, Omar I, e porta alla conquista della Palestina/Siria bizantina e della Mesopotamia sasanide. La presa di Ctesifonte e la battaglia di Nihavand (641-642) aprono la strada alla conquista dell’altopiano iranico. Durante questa fase del processo di espansione militare, alla guida dell’esercito ci sono perlopiù Qurayshiti meccani e ausiliari medinesi (cioè gli ansar), mentre il grosso delle truppe è costituito da tribù beduine interessate soprattutto al bottino (la cui quinta parte spetta ancora, secondo antiche consuetudini, al califfo). Ma soprattutto, si costituisce un sistema di controllo del territorio che avrà grande fortuna almeno fino all’VIII secolo: le aree già urbanizzate vedono l’acquartieramento delle truppe (come nelle province bizantine di Siria e Palestina), mentre altrove si creano accampamenti militari che in seguito diventeranno vere e proprie città (è un po’ il sistema dei castra romani): le città/accampamento di Bassora e Kufa costituiranno la base per l’espansione in Persia, mentre da Kairouan partirà la conquista del Maghreb e della Penisola Iberica. Fra i vari clan qurayshiti, ben presto, si afferma quello degli Omayyadi: Mu’awiya, figlio di Abu Sufyan, antico avversario di Muhammad, partecipa infatti alla conquista dei territori bizantini, e riceve in cambio il governatorato di Damasco. Dopo l’assassinio del quarto califfo, Ali, egli riesce a imporsi senza troppa fatica sugli altri pretendenti e, nel 661, diventa califfo, facendo di Damasco la nuova capitale. È il trionfo dell’antica aristocrazia qurayshita della Mecca sull’élite meritocratica del primo islamismo. Mu’awiya riesce ad imporre la successione di suo figlio Yazid (680-83), inaugurando una dinastia che resisterà fino al 750. Yazid e i suoi successori dovranno affrontare più di una fitna (“prova”, ovvero scontro con fratelli musulmani), come quella del figlio di Ali, Husain, ucciso nel 681 a Karbala. Intanto i figli di Zubair, compagno del Profeta, costituiscono un controcaliffato alla Mecca, che sopravvive fino al 691. ‘Abd al-Malik (685-705) è il califfo che rinnova l’apparato amministrativo, ancora in gran parte greco, e che stabilisce una forma standardizzata di arabo. L’espansione continua per gran parte del califfato omayyade: si tenta a più riprese un assedio di Costantinopoli (674-78 e 717-18), ma invano. Tariq guida una spedizione arabo-berbera al di là dello stretto che prende il suo nome (Gibilterra, ovvero Jabal Tariq, “monte di Tariq”) e mette fine al potente regno Visigoto. Truppe arabe si spingono fino al delta dell’Indo, in Pakistan, e Bukhara e Samarcanda vengono conquistate nel 710 e 715. Nel 732 Carlo Martello ferma a Poitiers una spedizione che poteva penetrare nel cuore dell’Europa latina. Finita la grande ondata espansiva, Hisham (724-743) può preoccuparsi di contenere le incursioni dei turchi delle steppe settentrionali, fra Mar Caspio e Caucaso. Alle due classi degli emigranti e degli ausiliari si viene affiancando, in questo periodo, quella dei mawali, “clienti”. Un esempio da menzionare al riguardo sono i dhegani, la nobiltà cavalleresca persiana, che si converte con straordinaria rapidità e compattezza. Proprio la crescente importanza di queste branche della società islamica inizia a far vacillare l’imponente struttura imperiale omayyade: nel 750 subentra, alla precedente dinastia, quella degli Abbasidi.  Forte del poderoso appoggio militare dell'elemento persiano-khorasanico, Abu I-Abbas ottiene il titolo di califfo. Egli è un discendente diretto di Abbas, zio del Profeta, e fa parte di un clan favorevole al quarto califfo, Ali, e che giudica pertanto gli Omayyadi degli usurpatori. Del resto, fregiandosi di una parentela stretta con Muhammad, il neo-califfo può autolegittimarsi agli occhi della Umma intera. Ben presto è però inviso anche al partito alide (shi’a, da cui Sciismo), messo da parte dal potere abbaside, intenzionato a superare l’esclusività araba del regno islamico. In effetti le componenti persiane e turche acquistano col tempo sempre maggior importanza e questa dinastia, che deterrà la carica per mezzo millennio fino all’arrivo dei mongoli di Hülëgü (1258), se da un lato rappresenta l’akmè culturale e politica del mondo arabo-islamico, è dall’altro testimone e responsabile diretta della regionalizzazione dei domini acquisiti nel precedente secolo dagli Omayyadi. Gli Abbasidi stabiliscono il centro del loro potere nell’attuale Iraq, fondando, sulla sponda occidentale del Tigri, Madinat al-Salam (la “città della pace”, poi Baghdad). Il secondo califfo, al-Mansur (754-775), erige, al di fuori della capitale, la sua personale Città rotonda, in cui vive circondato dai propri dignitari e soldati. È il segnale che la vita di corte si sta adattando a modelli imperiali ben attestati, ricorrendo a cerimoniali tipici dei palazzi persiani e bizantini. Inoltre è proprio in epoca abbaside che nascono la figura del vizir (“wazir”, aiutante) e la casta militare dei Mamelucchi. È il califfo al-Mu’tasim (833-842) il primo ad acquistare, intorno all’815, dei giovani schiavi dell’asia centrale per costituire la sua guardia personale. Questi schiavi di etnia turca, provenienti perlopiù dal mercato di Samarcanda, non hanno vincoli tribali come le aristocrazie arabe e sono, pertanto, più fidati. La presenza di questo corpo scelto a Baghdad inizia a farsi tanto pesante da costringere il califfo a costruire una nuova capitale, Samarra, nell’836. Qui si arriverà a contare 20.000 unità attive nella salvaguardia del califfo. La possibilità di venire affrancati e di affrontare poi un regolare cursus fra le cariche militari, porta ben presto alla costituzione di una classe mamelucca influente e capace di deporre ed eleggere a suo piacimento i califfi. Nell’892 al-Mu’tamid riporta la corte a Baghdad, mentre i Mamelucchi acquistano dignità politica fondando regni indipendenti fra Iran orientale e Asia centrale. Il fenomeno della regionalizzazione avviene, in età abbaside, soprattutto secondo due modelli: il primo consiste nella creazione di stati propriamente indipendenti (è il caso della Penisola Iberica, che nel 756 accoglie un principe omayyade in fuga, che può così instaurare una dinastia in al-Andalus, e del Marocco, che con Idris, altro fuggiasco, e la tribù berbera degli Auraba, cresce come entità politica a sé intorno alla neonata Fès), il secondo prevede invece l’instaurarsi di governatorati appoggiati da Baghdad e formalmente dipendenti da essa. È quanto succede a Kairouan, in Tunisia, dove si instaura la dinastia aghlabide (800-909), che governa per conto del califfo sul Maghreb centrale e sulla Sicilia (in mano araba dall’827 all’878). Ed è sempre a Kairouan che, nel 909, si instaura il controcaliffato dei fatimidi, di impronta sciita e ismailita, seguito nel 929 dal controcaliffato omayyade di Cordova. Risulta chiaro a questo punto che la carica stessa di califfo, in età abbaside, conosce una crisi. I rappresentanti del potere di Baghdad non eserciteranno quasi mai un’autorità diretta sull’impero, e nel migliore dei casi saranno sovrani territoriali dell’Iraq. I califfi irakeni si trovano sempre più spesso a sottostare a “protettori”: i primi sono i Buyidi (932-1055), cui succedono i turchi Selgiuchidi, segnale che le popolazioni turkmene stanno acquistando un’importanza sempre maggiore. Essi si fregiano per primi del titolo di sultan (“potere sovrano”) e compiono un’impresa che gli Arabi non sono mai riusciti a concludere: nel 1071, dopo la battaglia di Manzikert, in Armenia, i turchi dilagano in Asia Minore, mettendo a repentaglio l’impero bizantino e conquistando finalmente quei territori. Baghdad inizia una lunga fase di declino, mentre Isfahan, la città del potere selgiuchide, diventa il fulcro del mondo islamico, ormai culturalmente persiano e militarmente turco. A partire dal IX secolo gli emiri egiziani ampliano la propria influenza a Palestina, Transgiordania e Damasco, mentre intorno ad Aleppo si crea un emirato indipendente retto dagli Hamdanidi (945-1004) e dai Mirdasidi (1023-1079). L’evento traumatico della Prima Crociata (1096-99) porta alla nascita di quattro potentati occidentali cattolico-romani: la contea di Edessa, il principato normanno di Antiochia, il principato di Tripoli e il regno di Gerusalemme. Le sorti dell’Islam, almeno a livello politico, sono a questo punto in mano all’Egitto, che dopo i governatorati dei Tulunidi (fino al 905), degli Ikhshididi (935-969) e dei Fatimidi del Cairo (969-1171) ritrova l’ortodossia sunnita con il curdo Salah al-Din (Saladino): con la battaglia di Hattin (1187) egli riporta in mani musulmane la quasi totalità della Palestina e controlla Damasco e Aleppo. Nasce così la dinastia ayyubide, deposta dalle guardie mamelucche ormai al culmine del loro potere nel 1250 (approfittando della crociata di Luigi il Santo contro Il Cairo). Alla corte mamelucca trovano rifugio i califfi esuli da Baghdad, ormai in mano mongola, e vi si stabiliscono definitivamente, mantenendo una carica ormai simbolica, che nel 1517 Selim II verrà esportata, con tutti i suoi simboli e le insegne, al Topkapi di Istanbul.       

Bibliografia

“Breve storia dell’Islam”, Adam j. Silverstein (Oxford, 2010)

“Gli arabi”, Heinz Halm (Monaco, 2004)