Il conflitto fra paganesimo e cristianesimo

Dopo la vittoria del Ponte Milvio (28 ottobre 312) il cristianesimo conosce un salto di qualità improvviso e quasi insperato, che culmina di lì a poco nell’Editto di tolleranza di Milano, nel febbraio seguente. Costantino autorizza la pratica del cristianesimo, che finalmente può uscire allo scoperto ed esprimersi alla luce del sole. Sebbene la decisione di Costantino sia già allora un azzardo, diventa presto evidente che le condizioni socio-economiche dell’Impero Romano sono di fatto favorevoli al successo della nuova religione, ed è forte la tentazione, fra i suoi adepti, di vendicare le recenti persecuzioni inaugurando un periodo di politica aggressiva, sia in campo culturale che in quello sociale. L’odio verso i pagani traspare nelle opere di storici di questo periodo come Lattanzio (Demortibuspersecutorum) e, soprattutto, Eusebio, l’inventore delle cronologie comparate (in modo da dare al cristianesimo quella dignità storica che gli avversari gli negano). Il conflitto fra cristianesimo e paganesimo si consuma sostanzialmente in questo IV secolo, fra il 313 e il 395, quando la morte di Teodosio il Grande innescherà una crisi politica favorendo le sempre più massicce incursioni barbariche e incrinando momentaneamente la posizione della Chiesa: sarà questa l’ultima possibilità, per i pagani, di recuperare terreno, ma la situazione delineatasi nei cruciali decenni precedenti darà infine ragione ai cristiani. Per capire il corso di un secolo così strano e determinante, è necessario interrogarsi sulla struttura statale dell’Impero in quest’epoca. È ormai assodato che il mutamento religioso consumatosi in questi anni coincida con un mutamento sociale di largo respiro, che porta ai vertici del potere e dell’influenza uomini appartenenti a ceti medi e bassi. La società “fluida” del IV secolo deriva direttamente dalla crisi del secolo precedente: guerre, carestie, pestilenze e inflazione portano, a metà III secolo, le classi sociali meno abbienti a muoversi in cerca di un cambiamento. Il primo segnale del processo in atto è dato dalla mobilità dei contadini, che provvedono al 90% della produzione dell’Impero, i quali lasciano le terre a cui da secoli sono destinati in cerca di nuovi padroni che possano rispondere alle loro esigenze anche in tempi di crisi. Questo fatto è motivo di grande preoccupazione per le istituzioni, dal momento che la tassa pro capite si basa sull’idea che i contadini censiti rimangano sempre nello stesso terreno, sostituiti a tempo debito dai figli. Questa mobilità caratterizza anche altri strati della società, come ad esempio i minatori, e non risparmia nemmeno l’esercito: la carriera statale, più facile e lucrosa, si offre ai figli di veterani come alternativa ben più rosea della vita militare. Tale situazione sembrerebbe quindi essere alla base dei provvedimenti, adottati in età dioclezianea, che vincolano i cittadini alla propria terra o al mestiere paterno. La conseguenza forse più pesante dell’anarchia militare, nonché della crisi economica, è probabilmente la creazione, promossa da Diocleziano, di una nuova nobiltà: quella dei funzionari imperiali di estrazione medio-bassa. In questo modo, Costantino e i suoi successori non dovranno fronteggiare un’aristocrazia ereditaria gelosa delle proprie tradizioni e ferma sulle proprie posizioni, ma avranno a che fare con una nobiltà più ossequiente e fedele. In più, la fondazione di una nuova capitale sul Bosforo, nel 330, evidenzierà ancora di più lo scompenso fra Occidente e Oriente: se da una parte abbiamo una corte ormai itinerante (che viaggia fra Milano, Ravenna, Treviri) svincolata dagli interessi di un senato che risiede in pianta stabile a Roma, sede di un vescovato ancora incerto, dall’altra assistiamo invece al fiorire di Costantinopoli, un centro urbano che ospita senato, imperatore e, cosa di non poco conto, una Chiesa da subito influente e ricca. Dalla fondazione della nuova capitale, assistiamo a un sempre maggior numero di spese improduttive volte ad abbellire la metropoli (e non dimentichiamo che i cittadini costantinopolitani hanno diritto, come quelli di Roma, al privilegio del pane gratuito), mentre l’economia ristagna. I commerci a lunga distanza rallentano, e sembrano essere quasi solo nelle mani di minoranze siriache ed ebraiche. Le aree più depresse dell’impero sono anche le più esposte alle incursioni barbariche, anche perché le legioni che pattugliano il limes sono le meno pagate: l’Occidente è in mano a un potere imperiale sempre meno influente e alle grandi dinastie senatorie, più interessate agli introiti dei propri latifondi che alla stabilità dello Stato. La parte orientale dell’impero, invece, è sia più ricca di risorse che di uomini (la sola Anatolia contribuisce a fornire la gran parte dei soldati necessari all’esercito di Bisanzio), e si assicura presto frontiere più stabili accogliendo i Goti come foederati. Quando questi dilagheranno in Grecia e sottoporranno ai romani la più dura sconfitta mai subita dai tempi di Annibale (Adrianopoli, 378), gli imperatori d’oriente contribuiranno poi a mandarli verso l’Italia.

Il cristianesimo rimane a lungo una religione per lo più cittadina, e coinvolge specialmente le provincie di lingua greca. Le prime manifestazioni di un cristianesimo latino si hanno in Nordafrica verso la fine del II secolo, a Cartagine. Il più famoso apologeta cristiano, Tertulliano, è originario di questa zona, e contribuisce, con la sua fantasia retorica, a creare un vocabolario liturgico basato sul greco e sul diritto romano. Nello stesso periodo la chiesa di Lione si serve del greco, e lo stesso farà Roma fino al III secolo; ai tempi dell’anarchia militare assistiamo alla progressiva scomparsa di iscrizioni pagane nelle zone rurali di Egitto e Maghreb, due regioni che di lì a poco abbracceranno massicciamente la nuova fede, l’uno nell’accezione monofisita dei copti, l’altra accogliendo l’eresia donatista. L’Editto di Valeriano del 257, che impone particolari pene per gli equites e i senatori che rinunciano ai culti tradizionali, fa supporre che in questo periodo ci siano già rappresentanti cristiani delle classi più alte, ma questo non può dirsi la regola fino almeno alla fine del IV secolo. Dopo l’età di Diocleziano l’ordine equestre, favorito dai recenti provvedimenti, viene ridimensionato e riportato a uffici di basso rango, mentre Costantino aumenta il numero dei membri del Senato: la novità sta nel fatto che esso accolga ora chiunque si distingua nelle cariche civili e militari, e non solo chi è membro di famiglie curiali. Gli appartenenti a quest’ultima categoria sono il più delle volte strenui difensori dei culti tradizionali, aristocratici eruditi cresciuti nel culto degli eroi e della retorica, che disprezzano il cristianesimo per il suo sconvolgente messaggio egualitario e per il basso profilo delle sue scritture. Le grandi famiglie senatorie mantengono ancora un largo potere in Italia e nei Balcani, le zone più attaccate al paganesimo, mentre in Oriente, come osserva Libanio, il Senato non è composto interamente da nobili i cui antenati hanno avuto cariche per quattro e più generazioni, sono stati ambasciatori o si sono dedicati alla cosa pubblica. La maggior parte dell’ordine è qui infatti rappresentata da uomini dei bassi ceti medi e del proletariato urbano, gli strati sociali più impregnati di cristianesimo. Il divario fra Oriente e Occidente si fa perciò abbastanza chiaro, a metà del IV secolo. Per capire come una grande entità statale, quale è stato l’Impero Romano, abbia potuto in poco più di un secolo imporre una religione minoritaria e rigida come il cristianesimo, dobbiamo quindi rivolgerci alle varie classi sociali: come già detto, nella parte occidentale dell’Impero, gli strati sociali influenti, quelli che effettivamente contano negli equilibri dello Stato, sono sostanzialmente pagani, mentre avviene il contrario in Oriente. Le due categorie numericamente più incisive, i contadini e i soldati, sono anche quelle meno influenti, costrette a piegarsi al volere dei vertici del potere. Se questo non stupisce più di tanto parlando degli umili contadini, può sembrare invece strano, se riferito all’esercito. L’accondiscendenza dei militari, anche quando lo stato passa da cristiano a pagano e viceversa (ai tempi di Giuliano l’Apostata), può forse essere spiegata come la conseguenza di due fattori: da un lato la forte disciplina imposta ai legionari insieme al rispetto delle alte cariche militari, dall’altro il disorientamento provocato dal reclutamento, il trasferimento in provincie lontane da casa e il contatto con uomini di ogni fede e nazione possibile, che porta probabilmente le reclute ad abbracciare l’opinione prevalente, in cerca forse di quella romanità che tanto deve aver significato, specie per i soldati di origine barbarica. I ceti medi urbani, invece, classe numericamente più esigua ma in certi casi ricca e agguerrita, mostra spesso delle riserve riguardo al cambio di rotta adottato dal governo, ma in Oriente contribuisce notevolmente alla cristianizzazione del tessuto amministrativo dello stato; il proletariato delle città, allo stesso modo, può esercitare un influsso non giustificato né dall’entità numerica né dal potere economico, ma semplicemente in virtù della visibilità data dai luoghi pubblici: non è un caso che la repressione del paganesimo, alla fine del IV secolo, acquisti un’impronta particolarmente violenta solo nelle grandi città (come Alessandria). Le campagne, in cui il paganesimo sopravvive a lungo (Gregorio Magno, nel VI secolo, denuncia la diffusa corruzione diffusa in Sardegna per poter praticare gli antichi culti propiziatori), vengono trattate con più cautela e costrette a piegarsi, con diversi compromessi, al nuovo credo. La scuola di pensiero inaugurata da Gibbon con Declino e caduta dell’Impero romano (1776), secondo la quale il cristianesimo sarebbe alla base della caduta dell’Impero Romano, è ovviamente riduttiva, ma non infondata. Se si pensa a quanti illustri romani, che in un’altra epoca si sarebbero dedicati allo Stato e all’esercito, ora entrano nei monasteri piegandosi alla Regola di Pacomio o Basilio, oppure a quante risorse prima destinate alle infrastrutture pubbliche vadano progressivamente a coprire la costruzione di chiese e monumenti cristiani (specialmente in un momento di crisi economica come la Tarda Antichità) risulta evidente il peso che deve aver avuto allora la filosofia cristiana nella soluzione dei problemi sociali e dei conflitti. La fine dell’aristocrazia curiale in Occidente, che ha i suoi ultimi bagliori con Pretestato, Flaviano e il cenacolo di intellettuali a loro vicino, e l’indebolimento degli imperatori, fa sì che a trattare con i popoli barbarici non ci sia più uno Stato forte, ma la sola alternativa della Chiesa; in Oriente, al contrario, la Chiesa prende atto della vitalità dello Stato e collabora con esso nella lotta alle invasioni, permettendo a quel lembo di impero di sopravvivere un millennio di più, anche se del tutto ridimensionato nello spessore politico (a parte alcuni periodi).

Bibliografia:

Da “Il conflitto tra paganesimo e cristianesimo”, a cura di A. Momigliano (Oxford, 1963):

- “Il cristianesimo e la decadenza dell’Impero romano” di A. Momigliano

- “Lo sfondo sociale della lotta tra paganesimo e cristianesimo” di A.H.M Jones

- “Storiografia pagana e cristiana nel secolo IV d.C.” di A. Momigliano

“Apologia del cristianesimo”, Tertulliano, BUR (Milano, 2012)