L'Ermetismo nella Tarda Antichità

Nel 371 d.C. si consuma, ad Antiochia, un processo di dimensioni eccezionali, che coinvolge centinaia di persone, volto a trovare i promotori di un complotto ai danni dell’imperatore Valente. A riportare l’episodio è Ammiano Marcellino, storico pagano ammiratore di Giuliano l’Apostata, che approfitta di questo fatto reale per sottolineare la crudeltà dei nuovi imperatori cristiani, Valentiniano e Valente, nel perseguire i dissidenti. Qualche tempo prima, stando alla deposizione dei maggiori indiziati (gli aruspici Ilario e Patrizio), i congiurati si sarebbero riuniti per praticare un rituale divinatorio al fine di scoprire il successore al trono di Valente. Dopo aver costruito un tavolo a tre gambe usando rametti di ulivo, Ilario e Patrizio avrebbero purificato con l’incenso una casa privata e vi avrebbero portato dentro l’oggetto appena assemblato. Dopo avervi adagiato sopra un piatto circolare, composto da una speciale lega di diversi metalli e con su incise le lettere dell’alfabeto greco (messe a una distanza accuratamente calcolata l’una dall’altra), l’officiante avrebbe dato inizio alla cerimonia salendo sul piatto e facendo oscillare un presunto anello magico, appeso a un filo, lungo la circonferenza del tavolo. A quanto pare l’anello, muovendosi a scatti, si sarebbe fermato su determinate lettere a formare parole, a loro volta confluenti in eleganti esametri, che avrebbero risposto alle domande dei presenti. All’interrogativo saliente sul nome del futuro imperatore, i presenti sembrano non aver neanche aspettato la fine della risposta: dopo aver visto il filo sfiorare un theta, un epsilon, un omicron e un delta (Theod…), uno dei presenti scatta in piedi inneggiando a Teodoro, giovane rampollo di una famiglia aristocratica, molto conosciuto e amato. Al processo gli imputati raccontano questo episodio convinti dell’attendibilità di simili responsi, sebbene la brusca interruzione del rituale abbia compromesso tutta la cerimonia. Quando i giudici li interrogano sulla propria sorte, Ilario e Patrizio rispondono in metrica predicendo la loro morte, ma promettendo che saranno vendicati. Valente, deciso persecutore dei maghi e degli astrologhi, viene in questa sede a sapere della propria dipartita, quando i due aruspici pronunciano un misterioso oracolo che lo vede protagonista di una morte orribile, mentre Ares infuria sulla piana del Mimante. Ovviamente, dopo una simile maledizione, i due vengono torturati in modo orribile e fatti fuori, ma l’imperatore non riesce a dimenticare tale enigmatico responso. Ben presto decide di evitare l’Asia Minore, dove a quante pare vi sarebbe una montagna di nome Mimante, e così facendo la sua vita prosegue senza intoppi, almeno fino alla terribile battaglia di Adrianopoli. In quel 9 agosto del 378, l’esercito romano subisce da parte dei Goti una disfatta clamorosa, pari solo alle antiche vittorie di Annibale o alla strage di Teutoburgo. Valente cade in battaglia, provocando grande commozione fra i suoi sudditi. Alcuni testimoni scoprono, con non poco stupore, che su quella piana, nei pressi del punto in cui il sovrano è caduto, c’è una vecchia tomba intitolata a un illustre greco vissuto secoli prima, chiamato Mimante. Inoltre, il successore di Valente porta un nome che la profezia di Ilario e Patrizio aveva accennato sette anni prima: non Teodoro, bensì Teodosio. L’uomo che, tra l’altro, porrà fine al paganesimo.

La magia ha un ruolo importantissimo nella cultura pagana, e si esprime spesso nella pratica dell’oracolo o dell’astrologia. Sant’Agostino riporta, nel DeCivitateDei (XVIII, 53) una tradizione che ha avuto molto seguito negli ambienti pagani della tarda antichità, secondo cui san Pietro non sarebbe stato altro che un potentissimo mago, capace di compiere un incantesimo che facesse adorare Gesù Cristo come una divinità per un intervallo di 365 anni (il magico numero dei giorni dell’anno, cardine dei sistemi filosofici gnostici e contenuto nella formula ABRAXAS): tale convinzione si fa particolarmente forte quando sale al trono imperiale l’ultimo imperatore pagano, Giuliano, che dà un ultimo barlume di speranza ai tradizionalisti.

Secondo un saggio di O. Petterson del 1957, ogni dibattito sul divario fra religione e magia è solamente la trattazione di un problema artificiale, sorto da una definizione di religione fondata sullo schema ideale del cristianesimo. Il rapporto che intercorre fra magia e religione è sicuramente un problema interessante, di difficile soluzione. Secondo J. G. Frazer la magia non sarebbe altro che l’errata applicazione di un processo mentale, l’associazione di idee. Da questo punto, egli parte per spiegare come nasca la pratica della magia: essa si baserebbe sostanzialmente su due criteri, che originano i due rami della magia da lui definita simpatica (in quanto presuppone un’interazione a distanza). Il primo, che il simile genera il simile, sarebbe il criterio di fondo della magia imitativa (o omeopatica); il secondo, per il quale ciò che è entrato in contatto interagirà anche una volta separato, genera la magia contagiosa. La prima si basa sull’associazione di idee per similarità, la seconda sull’associazione di idee per contiguità. Dopo aver presentato la sua idea di magia, Frazer procede a spiegarne il rapporto con scienza e religione. La fede nell’ordine naturale e nel principio di causa-effetto accomunano magia e scienza (la cui contiguità si riscontra anche nel debito che il metodo scientifico ha verso la pratica alchemica). La religione, invece, è da lui definita come l’insieme di sforzi dell’uomo per propiziarsi o conciliarsi potenze superiori che si suppone dirigano e controllino il corso della natura e della vita umana. Secondo questa versione, essa consterebbe quindi di due elementi: uno teorico (la credenza in entità superiori all’uomo, cioè la fede) e l’altro pratico (i tentativi di propiziarsele, cioè le opere). Le opere hanno, nella religione, un ruolo di subalternità rispetto alla fede, vera chiave della spiritualità umana. Le entità divine hanno di solito la caratteristica di essere consapevoli e personali, capaci di modificare il corso della realtà, che si rivela perciò elastica e variabile, solo in base alle opere umane (ad esempio riti e preghiere): questo concetto contraddice sia la scienza moderna che la magia, entrambe basate su una serie di norme rigide che regolano la natura. Il contrasto fra religione e magia si fa a questo punto evidente, ed è utile riportare un detto indiano utilizzato anche da Frazer:

L’intero universo è soggetto agli dèi; gli dèi sono soggetti ai sortilegi (mantra); i sortilegi ai brahmani, quindi i brahmani sono i nostri dèi.

Non è raro, nella mitologia antica, che un mago o uno stregone abbiano potere anche sulle divinità. Questa convinzione deve essere sempre stata abbastanza forte nell’uomo, che in ogni tempo ha prodotto religioni straordinariamente variegate e diverse ma forme di magia riconducibili ai medesimi schemi. Proprio per questo Frazer sostiene che la magia, in quanto elementare applicazione di processi mentali comuni, sia da considerarsi precedente alla religione, che invece è una più complessa elaborazione di figure superiori capaci di intervenire nelle vicende umane, altrimenti solo in balìa di una naturale casualità.

A.A. Barb propone invece che la magia non sia altro che la naturale degradazione di una religione precedente, entrata in crisi. Quest’idea sarebbe avallata dai molti retaggi pagani presenti nella magia e nell’alchimia, praticate abitualmente dai dotti di ogni epoca fino a tempi recenti. Nella sua conferenza del 1958 al Warburg Institute di Londra, Barb analizza il peso della magia nel dibattito creatosi nel IV secolo d.C. fra cristiani e pagani. Di fatto essa è la prima vittima delle persecuzioni cristiane, quando ancora la religione tradizionale è formalmente accettata. Ai tempi di Costantino e dei suoi successori la magia è già in crisi, divenuta ormai una pratica consuetudinaria, scarnificata del significato originario. L’età ellenistica e quella imperiale hanno prodotto un insieme di dottrine mistico-filosofiche che vanno sotto il nome di ermetismo, dal nome del mitico fondatore della dottrina Ermete Trismegisto, mago non casualmente egiziano. Questa filosofia sposa idee di origina pitagorica e platonica con credenze semitiche ed egiziane, creando il substrato di una magia comune a tutto l’impero romano. Scopriamo così la duplice accezione che la pratica ermetica può avere: da una parte troviamo una magia latrice di valori positivi (come il conseguimento della conoscenza, la salute, la prosperità), definita theurgia o magiabianca, dall’altra una magia improntata esclusivamente al profitto personale o, peggio, al danno altrui, che è definita goeteia o magianera. Questa distinzione non sembra interessare più di tanto le gerarchie ecclesiastiche, intenzionate a screditare qualsiasi forma di idolatria, o i Padri della Chiesa, ma è accolta dagli imperatori del IV secolo che, per mantenere l’ordine, decidono di perseguire solo qualsiasi manifestazione non istituzionale di magia, ovvero mathematici, astrologhi, medium, stregoni. Imperatori come Costanzo e Valentiniano I condannano la pratica di simili arti magiche, ma mantengono allo stesso tempo titoli che i cristiani considerano ugualmente manifestazioni idolatriche, come quello di pontifexmaximus. In pratica i rituali tradizionali che hanno una valenza pubblica vengono tollerati, mentre sono vietati quelli privati (Costantino, ad esempio, vieta agli haruspices di lavorare su commissione, pena il rogo) o l’utilizzo di amuleti. È interessante constatare come molti dei reperti archeologici pervenutici dai tempi di Roma siano proprio lapidari magici e amuleti, come le cosiddette defixiones: queste non sono altro che malefici sotto forma di fogli di piombo, spesso traforati da chiodi, sepolti con su scritto il nome della vittima a cui era rivolta la maledizione. La nostra conoscenza dei nomi di cavalli dell’epoca ci deriva più da questa pratica che da opere letterarie, visto il largo uso che ne facevano tifosi e fantini in occasione delle gare ippiche, lo sport più amato della tarda antichità. Nonostante gli sforzi di Stato e Chiesa per limitare la pratica delle arti magiche, esse sopravvivono alle persecuzioni, che si fanno particolarmente cruente sotto Valentiniano I e il collega Valente, e sono sicuramente diffuse su larga scala anche fra i cristiani. Altrimenti non si spiegherebbero le molte omelie risalenti a questo secolo, e rivolte ai propri fedeli, che pronunciano personaggi come Giovanni Crisostomo (per cui una sola formula è tollerabile, la lode di Dio accompagnata al segno della croce), o le disposizioni del Concilio di Laodicea (363-364), che proibiscono le arti magiche agli uomini di chiesa. Del resto, la teologia cristiana non può negare l’effettiva esistenza della magia, attestata anche nelle storie bibliche di Simon Mago e dello spirito di Endor.

Bibliografia:

“Il ramo d’oro”, J.G Frazer (Roma, 2014)

“La sopravvivenza delle arti magiche” di A. A. Barb, saggio tratto da “Il conflitto tra paganesimo e cristianesimo nel secolo IV”, a cura di A. Momigliano (Oxford, 1963)