La diffusione del cristianesimo

Come ogni grande fenomeno storico, anche la diffusione su larga scala della fede cristiana trova le sue date di riferimento. I trecento anni che intercorrono fra la battaglia di Ponte Milvio, con annessa la presunta conversione di Costantino (312), e la morte di papa Gregorio Magno (604), rappresentano uno spartiacque fra un’antichità ecumenica, romana, e un medioevo “europeo”, caratterizzato da forte frammentarietà politica e religiosa. In tale intervallo di tempo assistiamo ad uno sconvolgimento dell’assetto politico-sociale dei popoli mediterranei, con mutamenti, dalle ricadute economiche, di non poca portata (come ad esempio l’estendersi del latifondo sino al pieno formarsi dell’economia curtense e la progressiva ruralizzazione del territorio, specie in Occidente). A cambiare è l’organizzazione statale, mentre si consuma il divario fra parsOrientis e parsOccidentis.

Prima di analizzare l’organizzazione ecclesiastica che ha permesso di coprire con tanta efficacia tutti i territori dell’antico Impero Romano, occorre fare alcune osservazioni: nei primi secoli di vita, il cristianesimo si diffonde perlopiù in Oriente, seguendo la rete delle sinagoghe nei grandi centri dell’Impero. Ad esportare il Vangelo sono, in questa fase, soprattutto predicatori itineranti, viaggiatori e mercanti. Essi si servono delle principali vie di comunicazione marittime, attive fin dai tempi delle dinastie ellenistiche, che costeggiano il Levante. La direttiva che collega Alessandria d’Egitto all’Ellesponto, per esempio, tocca i principali centri dell’Impero, come Antiochia, Tarso, Mileto, Efeso e Smirne. Qui termina anche un’altra pista rilevante per i commerci, l’asse Galazia-Caria, che copre anche Frigia e Lidia (passando per città del calibro di Listra, Iconio, Antiochia di Pisidia, Colossi, Laodicea, Gerapoli, Filadelfia, Sardi…). Da Costantinopoli, poi, si muove la ViaEgnatia: lunga circa 800 km, passa per Durazzo e approda a Brindisi, da cui, seguendo la ViaAppia, si raggiunge Roma. Le vie di terra congiungono l’Anatolia con la Mesopotamia, l’Egitto con le Colonne d’Ercole. La diffusione del cristianesimo approfitta, dunque, della prosperità di queste vie di comunicazione almeno fino all’età dei Severi. Con la crisi del III secolo la mobilità del nuovo credo subisce una battuta d’arresto, a causa sia del peggioramento nei collegamenti sia delle varie persecuzioni che colpiscono i cristiani (soprattutto sotto Decio e Valeriano), ma si attesta con più sicurezza in alcune regioni. Ai tempi dell’imperatore Gallieno (260-268) il cristianesimo è già maggioritario in Palestina e Frigia, e ha già un timido seguito in Occidente, perlopiù nella Gallia meridionale, lungo il Rodano, e nella penisola iberica. All’indomani della persecuzione dioclezianea, la regione occidentale più fittamente cristianizzata è l’Africa, dalla Byzacena alla MauretaniaCaesariensis. In Oriente, a questo punto, l’espansione del cristianesimo è inarrestabile: dall’Egitto giunge infatti in Etiopia con Edesio e Frumenzio, mentre è dichiarato religione di stato in Armenia (305). L’impero sasanide tollera il cristianesimo fino al 340, quando Shapur II, strenuo difensore del mazdeismo, convinto che tutti i cristiani parteggino per l’Impero Romano, non dà inizio ad una sanguinosa repressione passata alla storia come il “grande massacro”. Anche l’Italia conosce un’antica diffusione del cristianesimo, specie nelle grandi città come Roma, Milano, Aquileia, Verona, Bologna, Brescia, Siracusa... Al concilio romano del 313, presieduto da Milziade, prendono parte già una quindicina di vescovi. Questo ci porta a un punto cruciale: il successo del cristianesimo, oltre a dipendere dalle motivazioni socio-culturali tradizionalmente citate (il forte appeal esercitato dal messaggio cristiano sulle masse più povere ed emarginate, l’escatologia, la perdita di fiducia negli dèi tradizionali con la crisi del III secolo), sembrerebbe derivare dall’ottima organizzazione ecclesiastica, che approfitta della nuova struttura data all’impero da Diocleziano. È infatti lui a superare, alla fine del III secolo, l’antica organizzazione in provincie di età augustea, introducendo le diocesi. Esse sono dodici, ciascuna retta da un pretorevicario, e quando, ai tempi di Costantino e dei suoi successori, il tessuto amministrativo dell’Impero comincia a incrinarsi, spesso a riempire il vuoto di potere sono proprio i vescovi cristiani. A differenza di quanto avviene nei culti pagani, in cui le cariche sacerdotali sono solitamente temporanee e svolgono una funzione civica, il vescovo cristiano si delinea fin da subito come capo assoluto della comunità, eletto dai fedeli stessi come guida spirituale e sociale. La Didascaliasiriaca (III secolo) fa, a questo proposito, un’illuminante descrizione del vescovo ideale: egli deve essere un uomo maturo, di retti costumi, coniugato a una sola moglie e rigorosamente cristiana; egli deve essere, inoltre, alfabetizzato, meglio ancora colto. Questo fatto, che di per sé contraddirebbe lo spirito egualitario del cristianesimo, denota l’esigenza, sempre più marcata, di figure che si sovrappongano, e anzi si sostituiscano, all’amministrazione imperiale, svolgendo delicati compiti di conciliazione e mediazione. Nessun sacerdote pagano ha mai avuto un ruolo tanto importante nella comunità di riferimento. Si capisce bene, a questo punto, come nell’Occidente in piena crisi politica possa essere emersa l’utilità di dotti e preparati uomini di chiesa. Dalla fine del IV secolo il mondo occidentale è indotto a organizzarsi in risposta al declino dell’autorità statale e alle invasioni barbariche, mentre in Oriente il clero deve continuamente scontrarsi con una forte struttura imperiale. I vescovi orientali vengono spesso reclutati dai ranghi dei curiales, mentre in Occidente, spesso, provengono direttamente dal vecchio tessuto amministrativo. In linea di principio, tutti i vescovi detengono la stessa importanza, ma alcuni, impegnati nella cura di una diocesi più grande, delicata o importante, possono ricevere il titolo di arcivescovo. Già a partire dal III secolo, ad opera soprattutto di Cipriano, viene elaborato il concetto di cathedra Petri, di un episcopato, cioè, affidato da Gesù Cristo esclusivamente a San Pietro e, quindi, ai suoi successori romani. Il primato di Roma, che sarà alla base della teologia medievale dell’Europa occidentale, è già evidente sotto Giulio I (337-352), a causa del disinteresse dei figli di Costantino per la politica ecclesiastica. Ma è con Damaso (366-384), asceso al soglio pontificio dopo gravi scontri con Ursino (e grazie all’intervento di Vivenzio e Pretestato), che inizia a delinearsi una vera e propria politica papale, portata avanti fanaticamente da Innocenzo I (402-417). Il processo che svilisce l’autorità imperiale per dare maggior peso al pontefice romano, si consuma per tutto il V e VI secolo, e nel 568, quando i Longobardi arrivano in Italia abbattendo l’instabile unità ritrovata con la Guerra greco-gotica (535-553), rivela tutta la sua portata. Papa Gregorio Magno (590-604), con la sua politica di accordi, mediazioni e relazioni più o meno cordiali col nemico alle porte di Roma, sancisce in modo definitivo il primato papale, sia a livello religioso che politico, sull’Italia. A distanza di tre secoli dall’Editto di Tolleranza, il cristianesimo arriva ora a coinvolgere tutti gli aspetti del vivere civile, sociale e culturale dell’antico Impero.

Bibliografia

“La Chiesa tra Oriente e Occidente” terzo volume di “Storia della Chiesa” diretta da H.Jedin (Milano, 1983)

“Religione e società nell’età di Sant’Agostino”, P. Brown (Torino, 1975)

“Storia del cristianesimo – L’Antichità” a cura di G. Filoramo e D. Menozzi (Bari, 2010)