La Scala delle Sette Porte di Felicissimus

Un mito racconta che da una semplice roccia, avvolta nelle spire di un serpente che rappresenta il Tempo Cosmico, nasca un giorno Mithra. Esce dal suo uovo litico già fanciullo, con le braccia alzate, e impugna una daga e una fiaccola; in testa, porta un berretto frigio. La roccia che gli ha fatto da grembo non influisce sulla sua consistenza, che è astrale. Il corpo di Mithra non ha niente a che vedere con l’Incarnazione del Verbo, non rappresenta l’assunzione di una forma materiale. A comporre Mithra è una materia mitica, misteriosa e indecifrabile. La sua nascita è fatta risalire al 25 dicembre, pochi giorni dopo il solstizio d’inverno. Una tradizione successiva (e un po’ incoerente) vuole che, al momento dell’uscita di Mithra dalla roccia, ci siano dei pastori ad aiutarlo. La prima azione che Mithra compie è quella di scoccare una freccia contro un masso, da cui inizia a sgorgare l’acqua. Affronta e sconfigge il Sole, per poi catturare un toro (simbolo delle forze oscure, dell’opacità della materia). Ahriman, il Male, tenta di impedire in ogni modo che Mithra trascini il toro in una grotta, nel “nucleo profondo della materia”, ma senza successo. Mithra (Costellazione di Perseo) sovrasta così il Toro per ucciderlo, alla presenza di alcuni personaggi, tutte costellazioni presenti agli equinozi in Toro e Scorpione: un cane (Cane Minore), un serpente (Idra), una coppa, il Corvo e lo Scorpione. Ad assisterlo ci sono, inoltre, Cautes e Cautopates, l’Aurora e il Tramonto. Dal toro morto, sgorga ogni bene (vino, messi…), e Mithra festeggia l’avvenuto rituale organizzando un banchetto insieme al Sole (Helios). Quando l’Oceano tenta di sopraffare Mithra, egli si mette in salvo guidando il Carro del Sole fino in cielo. Raggiunto così il vertice del cosmo, egli ruota la volta celeste e, trasformandosi in costellazione, si pone come vincitore perenne del Toro, divenendo SolInvictus, il centro che mantiene l’universo in posizione di bontà nei confronti dell’uomo.

Il mitraismo è una religione che trova larga fortuna nel mondo romano, dove approda già ai tempi di Pompeo con i pirati d’Asia Minore da lui sconfitti (67 a.C.). La sensibilità latina sembra recepire il messaggio di questo culto misterico meglio e più volentieri del mondo greco, da sempre sospettoso nei confronti della cultura persiana. La causa di questo successo, in seno all’Impero, è da ricercarsi in un principio capitale della spiritualità persiana, che si riscontra anche nel Mazdeismo/Zoroastrismo: il dualismo. L’antitesi fra spirito e materia, aletheia e doxa, è un tema già caro alla filosofia greca, dai presocratici a Platone. Ma la dottrina mitraica, a differenza della filosofia ellenica, arriva a deificare il principio del malvagio, opponendolo a un dio supremo senza però negare la necessità di onorare anche il primo. Questa concezione, tipicamente iranica (e che continuerà ad esistere, in tempi successivi, nel Manicheismo), non rappresenta solo un sicuro programma metafisico, ma anche e soprattutto il fondamento di una morale ben caratterizzata. La rigida morale degli adepti di Mithra si concilia alla perfezione con la società romana del II-III secolo, animata da una costante ricerca di giustizia e santità:

Razza di conquistatori, [i Persiani] furono, come i romani, sottomessi ad una forte disciplina, e sentirono come loro la sua necessità per l’amministrazione di un vasto impero. Esistevano fra i due popoli-re affinità che li riavvicinarono passando sopra al mondo greco. Il mazdeismo apportò una soddisfazione da lungo tempo attesa dal vecchio sentimento latino che voleva che la religione avesse un’efficacia pratica, imponesse regole di condotta agli individui e contribuisse al bene dello Stato. Introducendovi la morale imperativa dell’Iran, Mithra infuse al paganesimo d’Occidente un nuovo vigore […] Mithra è l’Apollo mazdeo; ma mentre l’ellenismo, più sensibile alla bellezza, ha sviluppato in Apollo le qualità estetiche, i persiani, maggiormente preoccupati degli imperativi della coscienza, hanno accentuato in Mithra il carattere morale. [Le religioni orientali nel paganesimo romano, cap. 6, pag. 183; Franz Cumont]

Accolto in prima istanza dalle legioni romane, il culto di Mithra raggiunge, durante l’età dei Flavi, le parti più diverse dell’impero, dai castra presenti lungo il Reno e il Danubio, passando per le stazioni del vallo di Britannia, al limes desertico del Sahara, alle Asturie. I mercanti contribuiscono invece ad esportarlo nei maggiori porti del Mediterraneo. Ovunque sia approdato, il mitraismo ha lasciato tracce evidenti nei suoi luoghi di culto, numerosissimi in Occidente. Ostia è la città in cui è stato scoperto il maggior numero di mitrei dell’impero romano, ben diciotto, risalenti ad un’epoca in cui gli adepti della dottrina misterica rappresentavano 1200 dei suoi 50mila abitanti. Uno fra questi, in particolare, ricopre una certa importanza. Si tratta del mitreo di Felicissimus, denominato ScaladelleSettePorte, costruito fra il II e il III secolo. Esso è decorato con un elegante mosaico pavimentale a tessere bianche e nere, nel quale sono riportati i sette gradi dell’iniziazione misterica. Ognuno dei sette gradi gerarchici di coscienza qui rappresentati corrisponde ad un astro di riferimento. All’ingresso, prima dei vari gradi, troviamo l’altare: le tessere del mosaico sono disposte a formare un cratere, destinato probabilmente al sangue del toro, una pira recante il fuoco (elemento costante del Mazdeismo, di cui il mitraismo è una setta) e due berretti stellati, emblema di Castore e Polluce, che simboleggiano gli emisferi celesti. Il primo stadio dell’iniziazione del mysta (il neofita) è quello del Corax/Corvo, il cui nume tutelare è Mercurio, simboleggiato dal cadùceo. Nel linguaggio della missiomithraica, questo animale svolge il ruolo preminente di intermediario fra Pater (la massima autorità religiosa) e mistagogo, come nel mito ha la funzione di riferire a Mithra il mandato di uccidere il toro. I nuovi seguaci esprimevano la propria appartenenza a questo grado indossando una maschera corvina e simulando il gracchiare dell’animale. Questo primo risveglio dell’essenza solare del mysta è da riconnettersi al tema della luce e, volendo, ai chakra della tradizione indù, ai sephira di quella cabalistica: al Corax mitraico corrisponderebbero il chakra denominato Muladhara, in corrispondenza dell’osso sacro, e il sephirot Malkut, livello più basso e oscuro dell’Albero Sephiretico. Inoltre il nero corvo corrisponde al primo stadio alchemico di purificazione del Mercurio, la calcinazione, con cui tutte le cose corporee diventano carbone e cenere (Paracelso).

Il secondo livello iniziatico (Ninphus) è rappresentato, nel mitreo di Felicissimus, da un diadema con la luna decrescente. Il matrimonio rituale fra l’iniziato e il dio, propiziato dal pianeta Venere, si accompagnava alla velatio del mysta, e culminava nel rito della stretta di mano. Si può identificare questo stadio col secondo chakra Swadhistana, corrispondente alla zona del pube, e col nono sephirot Yesod: entrambi si esprimono in simboli che si rifanno al mondo delle acque e della luna, espressione dell’inconscio. Alchemicamente parlando, si passa alla seconda operazione, la putrefazione (tutto ciò che vive in essa muore, tutto ciò che è morto in essa acquista vita). Il terzo grado iniziatico, quello del Miles/Soldato, è simboleggiato dal giavellotto, l’elmo e il sacco chiuso con un nodo. Esso segna l’ingresso del mysta nella Milizia Celeste di Mithra, impegnata a combattere per il Fuoco e la Luce, sotto la protezione di Marte. Secondo Tertulliano a questo grado gli iniziati subivano la marchiatura a fuoco della fronte, mentre recitavano la formula Mithra è la mia corona, la mia corona appartiene unicamente al mio dio, ricevendo in dono dal Pater una spada e una corona d’alloro. Il chakra corrispondente a questa fase è Manipura, localizzato nel plesso celiaco (sede, per la tradizione vedica, del Fuoco), mentre l’ottavo sephirot Hod, simbolo di saggezza e collettività, sembra corrispondere all’emancipazione dell’iniziato, che da questo momento entra a far parte del livello superiore del cursus mithraico, dove lo attendono altri quattro stadi. È l’operazione alchemica della soluzione, in cui si ha l’unione del fisso col volatile.

Il primo dei gradi superiori, successivo a quello di Miles, è lo stadio Leo/Leone: questo animale, abbinato al nume tutelare di Giove, rappresenta il custode dell’ara sacrificale e, con essa, del Fuoco. Fuoco e Leone simboleggiano, nel mitraismo, la forza messa alla prova. L’operazione alchemica corrispondente è la distillazione, mentre come chakra troviamo Anahata (zona cardiaca) e, come sephirot, Nezach. Nel mosaico ostiense compaiono uno strumento musicale, il sistro, una pala da fuoco e un fulmine. Il quinto grado, sotto la protezione della Luna, è il Perses/Persiano, simboleggiato dalla spada falcata persiana, dallo spicchio di Luna e da Vesperus (Venere al tramonto). Questa fase presenta una fitta simbologia agricola (la Luna, considerata fecondatrice della Terra, la falce) e infatti l’adepto, indossando una tunica bianca a bordi gialli, serviva la frutta nel banchetto rituale e riceveva l’unzione mediante miele. Per varcare il mondo lunare ed accedere ai massimi stadi di coscienza l’adepto si doveva servire di una simbolica chiave d’argento, che nell’alchimia corrisponde alla sublimazione (la separazione, mediante il Fuoco, dell’elemento spirituale da quello corporale). Ci troviamo in corrispondenza del quinto chakra, localizzato nella gola (Vishudda) e del quinto sephirot (Geburah). Successivo allo stadio selenico, è quello dell’Heliodromus, il Portatore del Sole: tutelato, com’è facile intuire, dallo stesso astro, l’adepto indossava una tunica rossa, mentre i suoi emblemi, rappresentati nel mosaico, erano la corona del sole, la frusta per cavalli e una torcia. In alchimia questo stadio corrisponde all’Albedo, la trasmutazione dell’argento in oro (nonchè l’accesso a stadi sovraindividuali). Il Terzo Occhio di Shiva col suo chakra corrispondente (Ajna) si localizza fra le sopracciglia, mentre il sephirot, simbolo della Sapienza, è Chokma. Colui che accedeva all’ultimo stadio del cammino iniziatico diveniva Pater/Padre, ed era tenuto a dedicarsi totalmente al culto e ai fedeli. Simboli di questo stadio sono gli emblemi del suo nume tutelare, Saturno: il berretto frigio, il bastone del pedagogo, l’anello dell’autorità e la roncola. Il mosaico di Ostia presenta, oltre le rappresentazioni dei singoli livelli dell’iniziazione, un ultimo riquadro recante il nome di chi commissionò e finanziò il mitreo, Felicissimus appunto, e un cratere con dei rami ai lati: quest’ultimo sarebbe il simbolo della natura che torna a vivere grazie all’effetto del sangue versato dal toro, che Mithra ha ucciso.

La religione mitraica tocca l’apice del suo successo, a Roma, fra il III e il IV secolo, introducendo nel mondo latino elementi semitici che poi diventeranno sempre più pressanti col cristianesimo. Il Mazdeismo, così legato alla teologia dotta dei Caldei, ha infatti a sua volta accolto in sé aspetti cabalistici e astrologici di origine babilonese, identificando le proprie divinità con quelle mesopotamiche (Ahura-Mazda con Bel, Anahita con Ishtar, Mithra con Samas, il dio solare accadico). Il mitraismo arriva quasi ad essere religione ufficiale dell’Impero sotto Aureliano (270-275), figlio di una sacerdotessa del Sole, e nel 308 Augusti e Cesari, riuniti a Carnunto per decidere le sorti dello Stato, pongono una lapide “AL DIO SOLE INVITTO MITRA”. L’imperatore Costantino, in quanto PontifexMaximus dei Romani, mantiene nei suoi primi anni di regno il segno del SolInvictus sulla monetazione imperiale, ma già in un decreto del 321 propone di dedicare il primo giorno della settimana (diesSolis) al riposo, e con la sua conversione ufficiale al cristianesimo, nel 330, impone di istituzionalizzare la data del Natale, che si rifaceva allora a tradizioni molto diverse a seconda della diocesi. Sette anni dopo papa Giulio I ufficializza il Natale ponendolo nello stesso giorno della nascita di Mithra, il 25 dicembre (rifacendosi comunque ad una tradizione evangelica). Nel 383 il dies Solis viene ribattezzato diesdominicus, e di lì a qualche anno viene messo al bando qualsiasi culto diverso dal cristianesimo (con la messa in pratica dell’Editto di Tessalonica). I mitrei sono ben presto interrati o convertiti in cappelle cristiane, ma la Chiesa combatterà ancora un paio di secoli per estirpare la religione solare dall’arco alpino e dalle zone di frontiera. Celebre, a questo proposito, è la frase di Renan:

Se il cristianesimo fosse stato arrestato nel suo sviluppo da qualche malattia mortale, il mondo sarebbe stato mitraista.

Bibliografia

“Antichi culti misterici”, W. Burkert (Bari, 1991)

“MITRA, Il mito della forza invincibile”, R. Iorio (Venezia, 1998)

http://www.rivistabetile.it/mithra

“Le religioni orientali nel paganesimo romano”, F. Cumont (Bari, 1967)

“Mitra, il dio venuto dall’Oriente” di Jaime Alvar Ezquerra (STORICA n. 81 – novembre 2015)