Isidoro di Kiev

Considera, o Padre beatissimo, te ne prego, e ripensa attentamente nel profondo del tuo cuore quali e quanto grandi siano state la benevolenza e la devozione dell’illustrissimo Costantino, fondatore della summenzionata città [Costantinopoli], nei confronti della Chiesa Romana: egli attribuì in dote alla Chiesa di Dio non soltanto la città di Roma, sede del suo sacrissimo impero, ma numerose altre città e regioni, nonché una rilevante rendita patrimoniale, ed elargì cospicue somme di denaro per il suo culto e il suo mantenimento; ed edificò per sé e per i futuri imperatori romani quella città celeberrima che porta il suo nome, e che eccelle fra quelle d’Oriente per grandiosità e fasto. Questa città, che allora fu fondata da quel Costantino figlio di Elena, ora è stata miserevolmente perduta da quest’altro Costantino, anch’egli figlio di una Elena [Costantino XI]. E l’espugnazione si deve sicuramente al fatto che in essa non si trovavano soldati a sufficienza per custodire una cinta muraria così lunga. Quando vi irruppero con violenza, la furia di quegli uomini spietati fu tanta e tale che non badarono né al sesso né all’età delle loro vittime, e non ebbero affatto compassione per alcuno. O giorno infelice, sempre che sia lecito definire infelice il giorno in cui si commemorano i natali di Santa Teodosia vergine e martire! Certo quel giorno resterà per sempre marchiato come per nulla festivo, anzi infausto, e alle genti cristiane ricorderà perpetuamente l’immane sciagura abbattutasi su di loro il 29 maggio scorso. Non v’è dubbio che in quel giorno l’anima di quel Costantino di cui abbiamo detto, ultimo imperatore dei Romei, si coronò della palma di un martirio che non avrebbe mai potuto aspettarsi, e s’involò in cielo insieme con la grande moltitudine di cristiani che furono atrocemente uccisi insieme con lui. [tratto da “Per l’epistolario di Isidoro di Kiev: la lettera a papa Niccolò V del 6 luglio 1453” di Luigi Silvano, 2013]

Con queste parole, scritte di furia e in un latino alquanto sghembo, il cardinale greco Isidoro informa papa Niccolò V della recente caduta di Costantinopoli in mano turca. L’epistola, composita per ser Pasium de Bertipalia notarium ad instantiam reverendissimi domini, domini Isidori cardinalis Sabinensis, reca come data il 7 luglio 1453. Il tono generale della lettera denota una sincera apprensione da parte del cardinale, che ha visto sfumare in un sol giorno, quel fatidico 29 maggio, il lavoro e le speranze di una vita. Del resto, la portata di questo evento non è nemmeno necessario rimarcarla. È la caduta ufficiale, attesa da almeno un millennio, dell’antico Impero Romano. Sul medesimo trono, in quello stesso palazzo che si affaccia sul Corno d’Oro, si era seduto secoli prima il glorioso Costantino: l’imperatore romano a cui tutta la Cristianità deve la propria esistenza. Per l’Europa latina è uno shock di proporzioni difficilmente quantificabili, seppur previsto da decenni. Per il mondo greco, poi, è l’Apocalisse in terra. Ma non manca chi, fra le schiere ortodosse, tira lo stesso un sospiro di sollievo, all’idea di sottomettersi al Turbante turco piuttosto che alla Mitra latina. Isidoro il Ruteno, però, non è fra questi. Sembrano lontani i tempi in cui, giovane monaco a San Demetrio (1403), vedeva la capitale bizantina brillare dei suoi ultimi bagliori di decadenza.

Nato nel Peloponneso (a Monemvasia) negli anni 80 del XIV secolo, egli sperimenta presto le gioie della vita religiosa sotto l’insegna della Regola di San Basilio, scegliendo le mura di un monastero lungo il Bosforo. Della sua infanzia, come della famiglia di origine, si sa poco o nulla. Sappiamo per certo, comunque, che già agli inizi del ‘400 egli si trova lì, nella capitale dell’impero ridotto già all’osso (oltre a Costantinopoli e ai territori immediatamente limitrofi, l’autorità del trono purpureo si limita infatti a una buona metà del Peloponneso e a qualche isola all’imbocco dei Dardanelli). È qui che stringe amicizia con Guarino Veronese, l’umanista che di lì a poco insegnerà greco allo Studio Fiorentino, incentivando il recupero degli autori antichi e contribuendo ad avviare il movimento rinascimentale. Per decenni conduce una pia esistenza, fra preghiera e studi retorici, nel suddetto monastero di San Demetrio, di cui nel 1434 arriva a ricoprire la carica di igoumenos (che corrisponde a quella latina di abate). In tale veste si reca quindi a Basilea, su richiesta dell’imperatore Giovanni VIII Paleologo, per prendere parte al concilio indetto da papa Martino V e aperto dal suo successore Eugenio IV. Isidoro raggiunge la Svizzera in un momento poco propizio al conseguimento dei suoi scopi: intenzionato ad invitare il clero latino ad un nuovo concilio da tenersi a Costantinopoli, per discutere un’ennesima volta della riunificazione delle due Chiese d’Oriente e d’Occidente, scopre però un’assemblea dilaniata da ben altri problemi. Gli hussiti di Boemia stanno infatti lottando per ottenere il riconoscimento papale della propria dottrina: a prevalere sarà la corrente moderata degli utraquisti, che vengono così riaccolti in seno alla Chiesa grazie all’annullamento di un decreto dell’Editto di Costanza (due secoli dopo, in occasione dei cosiddetti negoziatiirenici, Leibniz citerà questo precedente per convincere Bossuet, e con lui Roma, a riconsiderare l’accettazione della dottrina luterana da parte cattolica). Come se non bastasse, l’autorità del papa è minacciata da circa 300 conciliaristi, spalleggiati dalle università elvetiche, che giungono ad eleggere un antipapa in Felice V (Amedeo VIII di Savoia), provocando il Piccolo Scisma d’Occidente. Al suo arrivo nella Confederazione il concilio è già stato sciolto, rendendo così vano il tentativo greco di riavvicinarsi a Roma. Ma questo primo fallimento non rallenta l’ascesa di Isidoro che, tornato a corte, si vede insignito dell’ambitissimo ruolo di metropolita di Kiev e Mosca (1437). La scelta, presa di comune accordo dall’imperatore e dal patriarca Giuseppe II, non è casuale: la cattedra rimasta vacante per sette anni, infatti, detiene autorità incontrastata su tutta la cristianità russa. Esercitando l’ufficio di metropolita Isidoro può ora convincere il knjaz di Russia, Vasilij II, a farsi rappresentare a Ferrara, dove papa Eugenio ha riparato per sfuggire alla corrente conciliarista. Il Gran Principe di Russia accoglie Isidoro con freddezza, cosciente del progetto di Giovanni VIII di riunire le Chiese per ottenere finalmente dall’Occidente il tanto sperato aiuto militare contro i turchi. D’altro canto, però, Vasilij riconosce che questa è l’unica strategia possibile per salvare l’Impero dal crollo, e con esso la dignità millenaria del mondo ortodosso. Accetta pertanto di finanziare il viaggio, da Mosca in Italia, di Isidoro e del suo entourage, e di far valere così la sua autorità sui cristiani delle immense distese della Russia. Un interessantissimo resoconto dell’itinerario è stato compilato da un anonimo di Suzdal’ e tramandato con il titolo di Choždenienaflorentinskijsobor (Viaggio al concilio di Firenze): l’autore di questo prezioso documento si rifà alla tradizione russa del choždenie, vero e proprio reportage del pellegrinaggio in Terrasanta. Per la prima volta, in quest’opera, un russo descrive direttamente l’Europa occidentale, al seguito del metropolita Isidoro e del vescovo di Suzdal’, Avramij. La spedizione prende avvio “il giorno della nascita della Santa Madre di Dio, nell’anno 6945”, ovvero l’8 settembre del 1437: il computo degli anni qui utilizzato è quello bizantino, che si basa sulla Creazione (avvenuta secondo la tradizione 5508 anni prima dell’Incarnazione del Verbo). Partendo da Mosca, Isidoro e i suoi compagni passano per Tver’, Novgorod, Pskov, Kospir, Jur’ev, Riga. Da qui, costeggiando il fiume Dvina, prendono la via del mare.

E dopo non molti giorni d’improvviso, a mezzanotte, fummo investiti dalla tempesta e, benché in assenza di vento, le onde ricoprivano la nave, e persino la cima della vedetta d’acqua era inondata. Noi tutti, disperando per la propria vita, si diceva: « Ahi, noi! periremo! ». Non si protrasse però a lungo. Mai più una simile tempesta vi fu, e dopo la fitta tenebra calò sul mare; brezza alcuna spirava. E fra i tedeschi si diffuse lo scontento: « Non a causa nostra ciò è accaduto, ma a causa dei cristiani ». E vennero i tedeschi dal signore [Isidoro] per dire: « Hai visto quale calamità ci ha colpiti… La tenebra è calata e il vento non spira; in queste vicinanze si trova l’isola rocciosa di Gotland; chi nei pressi naviga viene arrembato; perciò a te anche noi siamo venuti: prega Iddio, mentre noi a modo nostro inneggeremo ». Il signore, convocati il vescovo Avramij e Foma, l’ambasciatore di Tver’ e l’archimandrita Vasian e tutti i suoi boiari, principiò a dire: « Oh vescovo, prega Iddio ». E diede inizio, insieme al suo seguito di greci, alla preghiera in lingua greca alla Santa Madre di Dio odegetria; mentre il vescovo Avramij alla sua maniera, in russo. E la tenebra cominciò a dissiparsi e s’era già sull’imbrunire, e il vento soffiava propizio; e da allora alcun male conoscemmo. Dopo molti giorni vedemmo la costa e in salute raggiungemmo il porto.

In questo suggestivo passo risulta evidente quale sia il reciproco sentimento di sospetto, e a tratti di ostilità, che accomuna cattolici e ortodossi. Questi ultimi si definiscono cristiani, contrapponendosi così ai latini, mentre i primi non esitano ad accusare i passeggeri di tramare insidie nei loro confronti. Ad ogni modo, tornati sulla terraferma, i membri della spedizione si dirigono alla volta di Lubecca, dove vengono accolti trionfalmente da “borgomastri e ratmani”. La compagnia ammira qui, con non poco stupore, un orologio  meccanico (dell’ingegno l’opera irraggiungibile ed inenarrabile) con le figurine animate della Vergine, del Redentore e dei Re Magi. Seguono, lungo il cammino, Braunschweig, Magdeburgo, Lipsia, Erfurt, Bamberg, Pont: con questo toponimo l’autore intende sicuramente Forchheim, di cui riporta anche la fantasiosa tradizione che la vuole città natale di Ponzio Pilato, che da essa avrebbe tratto il nomen. Isidoro e compagni giungono quindi a Norimberga e ad Augsburg, due metropoli per il Medioevo, di cui ammirano i palazzi in pietra bianca e le sofisticate condutture che incanalano l’acqua. Passando poi per Innsbruck, da cui evidentemente imboccano il passo del Brennero battuto nei secoli da re e imperatori, giungono in Italia, fra le cui città il cronista annota per prima Trento. Dopo una tappa a Padova, infine, arrivano a Ferrara il 18 agosto 1438, quando il concilio è al lavoro ormai da tre mesi. Il resoconto di viaggio riporta anche lo spostamento del concilio, annunciato in gennaio dalla bolla Decetoecumeniciconcilii, verso Firenze a causa dell’epidemia di peste scoppiata in città. L’imponente delegazione bizantina, che comprende circa settecento persone fra ecclesiastici di alto rango, membri della corte e persino l’imperatore Giovanni VIII Paleologo col fratello Demetrio, si trasferiscono dunque in Toscana. Isidoro e i suoi partono il 27 gennaio, imbarcandosi sul Po fino ad Argenta, e passando per Faenza scollinano arrivando nel Valdarno.

E i monti petrosi d’attorno sono alti, mentre la strada che li attraversa è stretta e molto aspra, i carri non la percorrono e trasportano con le some. E lungo quei pendii nasce un vino molto buono e dolce e meraviglioso. E giunse il signore nella gloriosa città di Firenze nel mese di febbraio giorno quattro. Mentre il patriarca arrivò lo stesso mese giorno diciassette, e in quel giorno giunse anche l’imperatore.

Possiamo farci un’idea della carica di esotismo misto a fascino orientale, che i bizantini si portano appresso fin dentro alle mura arnolfiane, ammirando gli affreschi di Benozzo Gozzoli nella Cappella dei Magi a Palazzo Medici Riccardi, in cui peraltro sono raffigurati i maggiori protagonisti di questa vicenda (compreso Isidoro). Per la prima volta, a questo concilio, si giunge ad una sostanziale uniformità di opinioni fra romani e bizantini, sicuramente favorita dalla situazione disperata in cui versa Costantinopoli. Appianate le divergenze sul piano dogmatico e disciplinare, e convenuto di mantenere le dovute differenze in campo liturgico, l’imperatore, il patriarca e il papa siglano l’effimera riunificazione delle Chiese d’Oriente e d’Occidente firmando il decreto Laetenturcoeli (6 luglio 1439), a cui seguono le altrettanto incerte riunioni con siri, copti e armeni. Il cronista russo annota il tripudio latino per l’agognato perdono dei greci. Isidoro e Avramij, ricevuta la benedizione di Eugenio IV, possono così ripartire per la Rus’ (6 settembre 1439). Isidoro, che veste adesso anche la porpora cardinalizia, accompagna Avramij e il cronista per un lungo tragitto che li vedrà separarsi in Ucraina (il vescovo e l’autore del choždenie tornano infatti a Suzdal’). Passando per Scarperia, Firenzuola, Capreno, essi giungono a Bologna, da cui proseguono per Ferrara e poi per Chioggia (Questa città si trova sulla riva del Mar Bianco, grossi quantitativi di sale si producono in essa). Da qui si imbarcano per Venezia, città piena di ogni tipo di mercanzie, dove visitano San Marco e vedono gli innumerevoli tesori trafugati da Bisanzio durante la quarta crociata (1204). Continuano il viaggio toccando Parenzo, Pola, Ossero, Segna per poi sfidare i boschi. In un’imprecisata Brigna incontrano le prime genti di lingua croata (il loro idioma è imparentato con la lingua russa, mentre la fede è latina). A Zagabria conoscono il despota serbo, GiorgioBranković, riparato di recente nel Regno di Ungheria dopo che le sue terre sono state conquistate dal sultano Murad II. Costeggiando la Drava, arrivano a Csùrgò e a Szigetvàr, dove avvengono assalti banditeschi terribili. Visitano Belgrado e la capitale ungherese Buda, da cui, attraversato il Danubio, si dirigono verso il confine polacco. Dopo varie tappe in località dai toponimi oscuri, raggiungono Cracovia passando per Bochnia: nella capitale jagellonica conoscono l’imperatore Wladislaw III e suo fratello Kazimiro. Lasciano la Vistola per raggiungere Gorodok e Leopoli, da cui penetrano finalmente nei territori della Rus’. Nel settembre del 1440 Isidoro rientra così a Kiev. Dopo aver facilmente imposto ai nove vescovati suffraganei le disposizioni del concilio di Firenze, Isidoro tenta di convincere anche Vasilij ad applicare il decreto di unione delle chiese: il 19 marzo successivo, accompagnato dal principe in persona, il metropolita entra nella Cattedrale dell’Ascensione di Mosca, alla testa di un’imponente processione. Trasportando agli occhi di tutti una croce latina, pronuncia poi le tradizionali preghiere liturgiche onorando apertamente il pontefice romano. Infine, legge solennemente il Trattato di Unione e consegna a Vasilij una missiva firmata da Eugenio IV stesso, in cui lo si invita ad appoggiare Isidoro nella diffusione del cattolicesimo in Russia. Al termine della funzione l’aria è tesa, come Isidoro non fatica a capire. Tre giorni dopo viene arrestato con l’accusa di eresia e imprigionato nel monastero di Čudov, da cui riesce a fuggire pochi mesi dopo. Ripercorre rocambolescamente le tappe del precedente viaggio fermandosi a Tver’ e attraversando nuovamente la Lituania. Alla fine raggiunge indenne Roma, dove il papa gli elargisce generosamente il vescovato di Sabina. D’ora in avanti sarà al servizio del papato fino alla morte. Già nel 1444 Eugenio IV gli affida una nuova missione a Costantinopoli, di cui però non sappiamo nulla. Nell’ottobre del 1452, stavolta per conto di Niccolò V, Isidoro si reca ancora a Bisanzio, dove rimarrà fino alla conquista turca. Dopo una veloce tappa a Chio, reclutata una guardia personale di 200 balestrieri e l’arcivescovo di Mitilene, Leonardo di Chio, Isidoro giunge nella capitale bizantina intenzionato a proclamare un’altra volta l’avvenuta Unione delle Chiese. Il 12 dicembre, durante una sontuosa cerimonia in Santa Sofia, legge ancora le disposizioni conciliari, trovando l’approvazione della corte e dell’alto clero. Si trattiene in città nei mesi drammatici dell’assedio, prendendo parte attiva alla resistenza greca. A lui e alla sua scorta è affidata la difesa della porta di San Demetrio, dove si trova il suo vecchio monastero. È suo compito, inoltre, vegliare sulla massiccia catena che sbarra il passaggio alle navi ottomane sul Bosforo. Nella cruenta disfatta del 29 maggio, Isidoro viene ferito alla testa da una freccia e fatto prigioniero. La fortuita circostanza del suo mancato riconoscimento fra tanti schiavi di poco conto ha alimentato una leggenda, di matrice palesemente greco-ortodossa, che lo vedrebbe spogliarsi della veste cardinalizia per farla indossare ad un cadavere, in modo da salvarsi. Comunque sia andata, Isidoro viene certamente deportato a Pera, dove ottiene il riscatto. Imbarcatosi poi per Focea, colonia genovese, trova un passaggio per Chio, da cui infine raggiunge Candia (dove si trattiene fino al 26 luglio). Nel 1454 torna, esausto e afflitto, a Roma. Trova ancora l’appoggio papale, ma i suoi ultimi anni di vita trascorrono fra meditazioni e ristrettezze economiche, dal momento che ha dilapidato il suo intero patrimonio nella strenua difesa di Costantinopoli. Non mancano comunque illustri riconoscimenti: nel 1456 Callisto III lo nomina arcivescovo di Nicosia, mentre due anni dopo ottiene da Pio II il patriarcato latino di Costantinopoli, una carica ormai perlopiù simbolica.

Il greco Isidoro, chiamato da alcuni il Ruteno (“Russo”), da altri l’Apostata, ricordato dalle fonti semplicemente come Isidoro di Kiev, si spegne a Roma il 27 aprile del 1463. Per onorare la figura di un così fedele collaboratore, papa Piccolomini lo fa inumare nella Basilica di San Pietro. Con la dipartita di questo relitto unionista, muore anche il sogno di una riunificazione di tutte le chiese. L’Oriente è finito, il mondo latino può finalmente ergersi a definitivo paladino della cristianità e conquistare il mondo con rinnovata e indiscutibile autorità. L’Ecumene cattolica, che sta già coltivando i germi di una svolta, attende inconsapevolmente la nuova drammatica cesura che si consumerà di lì a mezzo secolo, con l’affissione di 95 tesi sulla porta della chiesa di Wittenberg e la dirompente lotta antipapale che ne scaturirà.

Bibliografia

“Da Mosca a Firenze nel Quattrocento”, Anonimo Russo, a cura di Alda Giambelluca Kossova (Palermo, 1996)

“Storia dell’impero bizantino”, Georg Ostrogorsky (Torino, 1968)

http://www.treccani.it/enciclopedia/isidoro-metropolita-di-kiev_(Enciclopedia-Italiana)/

http://wwwbisanzioit.blogspot.it/2014/09/isidoro-di-kiev.html

https://iris.unito.it/retrieve/handle/2318/1530533/247972/MEG%2013_.Silvano_4aperto.pdf