Le origini della Russia

Nel 626 d.C. Costantinopoli è sotto assedio. L’imperatore Eraclio, appena uscito vincitore da un conflitto delicato e dal grande peso simbolico con i persiani, è costretto a tornare di fretta a difendere la sua capitale. La tradizione vuole che, nell’attesa che ritorni il basileus col proprio esercito a salvare la situazione, i costantinopolitani si asserraglino sulle imponenti mura di Teodosio, che difendono la città da terra, e su quelle affacciate sul Mare di Marmara per intonare un canto, l’Akathistos, che assicuri loro la protezione divina contro il nemico alle porte. A stringere Bisanzio sotto assedio, stavolta, è un’inedita confederazione di Avari e Slavi. Questi ultimi, pagani provenienti dalla regione dei Carpazi che parlano idiomi di ceppo indoeuropeo, si espanderanno nei secoli successivi fino ai Balcani, mescolandosi con quegli stessi turchi bulgari che saranno il maggior antagonista di Basilio II nel X-XI secolo. Vuoi per il recupero della Vera Croce da parte di Eraclio, vuoi per l’abilità strategica dei bizantini, Costantinopoli si salva anche questa volta dal collasso. Ma il caos delle invasioni barbariche fa emergere anche un nuovo nome, quello degli Slavi appunto, che i Greci non potranno mai più ignorare, e che Giordane conosce già a metà del VI secolo, quando li presenta come guerrieri indisciplinati, spesso al servizio di altri popoli e poco propensi agli scontri campali.

Le testimonianze archeologiche ci mostrano come la loro Urheimat sia da ricercarsi in Europa orientale, culla peraltro dei popoli germanici. Insediamenti slavi sono attestati, nei secoli immediatamente precedenti alla nostra era, lungo il bacino dei fiumi Dnepr e Dnestr. Da qui, i popoli slavi si diramano a ventaglio, occupando dapprima l’odierna Ucraina e le coste del Baltico, per poi raggiungere anche la Mitteleuropa e i Balcani. Gli slavi del nord formano, già nell’VIII secolo, una solida frontiera slavo-germanica in Boemia e lungo il corso di Elba e Saale. Gli slavi del sud occupano invece, fin dal VIII secolo, la penisola balcanica mentre quelli occidentali si organizzano in entità statali nell’attuale Polonia e Repubblica Ceca. Il primo stato costituito dagli slavi orientali è la Rus’: sorto nella cosiddetta Eurasia interna (David Christian), ai confini della Cristianità, essa fa da ponte fra le foreste dell’Europa centrale e le sterminate pianure dell’Asia centro-settentrionale. La storia di questi slavi orientali è il punto da cui prendere le mosse per capire l’evoluzione di quello che diventerà il più grande stato territoriale del mondo, la Russia. La Rus’ di Kiev, infatti, è il primo nucleo storico di una nazione che a più riprese terrorizzerà l’Europa, a partire dal XVII secolo almeno, quando minaccerà direttamente gli interessi del mondo germanico, della Svezia, dell’Inghilterra e in tempi recenti dell’America. Un gigante dai piedi di vetro, però, caratterizzato da un territorio povero di risorse e climaticamente spietato, da sempre provvisto di una bassissima densità abitativa.  Non dimentichiamoci, inoltre, che la Russia è stata, molto più a lungo degli Stati Uniti, una terra di frontiera in continuo spostamento, che solo da poco ha penetrato la taiga siberiana, una regione selvaggia con una superficie pari quasi al doppio degli USA. La Russia che conosciamo oggi, fatta di tundra artica, taiga, steppa e grandi fiumi navigabili, stretta fra i Carpazi e gli Urali e confinante con il Mar Nero, il Mar Caspio, la Cina (da cui la separano l’Amur e l’Ussuri) e l’Oceano Pacifico, tocca i 17 milioni di chilometri quadrati, quasi un ottavo di tutta la superficie terrestre. Ma nel IX secolo, quando la Rus’ nasce, la giurisdizione del regno si limita alle pianure esteuropee che dal Baltico si estendono al Mar Nero, fra Dnepr e Volga. Questa regione ospita, nei primi secoli dalla nascita di Cristo, diverse tribù slave e finniche, sottomesse poi dagli invasori scandinavi detti rhos o rus’. Stando alla Cronaca degli anni passati negli anni 859-862 le suddette tribù si sarebbero assoggettate volontariamente al nuovo popolo invasore, in cerca di rotte commerciali (e di razzia) verso Costantinopoli. I Variaghi, come vengono comunemente definiti, si stabiliscono in pianta stabile col leggendario re Rjurik, che si assume la responsabilità di tutelare gli abitanti della regione dagli attacchi dei nomadi della steppa e di altre popolazioni norrene. Rjurik prende possesso dell’area insieme ai suoi due fratelli e al seguito di uomini fidati (Druzina), fondando la propria capitale Rjurikovo Gorodisce sul fiume Volchov. Alla morte dei fratelli diventa signore incontrastato della Rus’ governando, su esplicita richiesta delle tribù slave, da Novgorod. Alla sua morte, avvenuta fra l’879 e l’882, gli succede il figlio Igor’, dapprima sotto la reggenza materna di Helgi. È lui a spostare la capitale a Kiev, regnando fino al 945, quando viene assassinato dai tributari ribelli. Dopo un’altra reggenza femminile per mezzo della vedova di Igor’ (Helga), nel 962 sale al trono di Kiev il primo rjurikide dal nome slavo: Svjatoslav. Quest’ultimo ha il grande merito di aver abbattuto il nemico più temibile della Rus’, il khanato di Chazaria. Questo regno multietnico, che ha abbracciato l’ebraismo un secolo prima (861), si estende all’epoca dal Mar Nero al Mar Caspio spingendosi fino al Caucaso. La capitale Itil, sul Volga, viene distrutta da Svjatoslav nel 965, che ora può allargare la sua sfera di influenza alle steppe del Dnepr e del Ponto. Egli saccheggia inoltre Bolgary, capitale dei bulgari del Volga, e disperde i restanti bulgari del Danubio su richiesta di Bisanzio. La distruzione di questi potenti nemici, però, favorisce le incursioni dei nomadi pecenegi, i quali gli tendono un’imboscata sulla via del ritorno dal Danubio. Il suo teschio viene convertito in coppa rituale dai nomadi vincitori. Nella lotta fratricida che segue la morte del re, emerge la figura del figlio minore di Svjatoslav, Vladimir (980). A lui si deve un fatto epocale: la conversione della Rus’ al cristianesimo orientale nel 988. Seguendo l’esempio degli stati vicini (la Polonia ha abbracciato il cristianesimo romano venti anni prima, i magiari nel 985, i danesi nel 965) e di sua madre Ol’ga, battezzata già nel 960 in occasione di una sua visita a Costantinopoli, Vladimir sceglie il rito bizantino per avvicinarsi all’Impero e assicurarsene l’influente amicizia. La conversione rappresenta il coronamento di un’alleanza con Basilio II, in funzione antibulgara, che viene sancita definitivamente dal matrimonio di Vladimir con la principessa Anna Porfirogenita. La creazione di vescovati a Belgorod, Novgorod e Cernigov, con l’insediamento di un metropolita costantinopolitano a Kiev, assicurano un veloce processo di cristianizzazione, e l’arrivo a Kiev della sofisticata corte di Anna danno una spinta notevole al livello culturale dell’ élite russa. Con la principessa arrivano anche il monachesimo orientale e le prime testimonianze letterarie in cirillico (invenzione, mutuata dall’alfabeto glagolitico, dei santi Cirillo e Metodio). Si attesta inoltre una lingua liturgica standardizzata, lo slavo ecclesiastico, che sarà anche la lingua della letteratura russa fino al XVIII secolo. Lo scisma fra Chiesa Ortodossa e Chiesa Cattolica avvenuto alcuni decenni dopo (1054) è considerato fra le cause dell’endemica arretratezza culturale della Russia rispetto all’Europa, che verrà risanata solo in età moderna.  Il sapere, che in ambito ortodosso è prerogativa dei monasteri, si andrà infatti diffondendo sempre di più nel mondo latino con le università che nasceranno nel secolo successivo. Comunque sia, la Rus’ si converte senza tanti intoppi alla nuova fede, pur tollerando residui di culti slavi e finnici (tanto che per i primi secoli si potrebbe parlare di dvoeverie, “doppia fede”). Lo sviluppo urbano, intenso e precoce anche rispetto all’Europa, si accompagna di riflesso a un forte potere, anche su basi fondiarie, di principi minori e dignitari ecclesiastici. Anche per questo motivo si afferma, nella dinastia rjurikide, un sistema preciso di successione al trono che vede dare il titolo di Gran Principe al primogenito, cui fanno seguito gli altri fratelli in ordine di anzianità, ricevendo ognuno il controllo di un territorio della Rus’ (e salendo di grado alla morte del fratello immediatamente maggiore). Un’accorta politica matrimoniale, poi, fa crescere il prestigio della Rus’ all’interno dell’ecumene cristiana.

La Rus’ di Kiev rimane uno stato unitario fino al regno di Vladimir Monomach (1113-1125), per poi trasformarsi in una federazione di principati legati a vari rami della dinastia rjurikide. Nel XII secolo, a dominare la politica della Rus’, è il principato di Vladimir-Suzdal’, retto da Andrei Bogoljubskij fra 1157 e 1174. Fra i centri minori che compongono questa regione è già citata, nel 1147, Mosca. La Rus’ combatte in questo periodo con i nomadi pecenegi e polovcy, oltre a scontrarsi con gli svedesi sul finire del XII secolo, ma niente eguaglia lo shock dell’invasione mongola del 1223: in quell’anno il nipote di Gengis Khan, Batu, attacca una prima volta la Rus’ e i polovcyi, poi i bulgari del Volga. Nel 1238 i mongoli sbaragliano i principi del nord nella battaglia di Sit’, per poi conquistare Kiev nel 1240 ed espandere il loro dominio all’intero regno entro il 1242, anno della morte di Gengis Khan. Batu si riserva di organizzare la Rus’ in un proprio khanato a sé stante, chiamato Kipcak (l’Orda d’Oro). I rjurikidi detengono ancora un potere formale, sancito dall’investitura che i principi devono ricevere da parte del Gran Khan stesso a Saraj. Il personaggio più esemplificativo dell’atteggiamento dei principi russi, durante quello che in seguito sarà definito “giogo tataro” (1240-1480 circa), è Aleksandr Nevskij: principe di Novgorod e Vladimir, fedele ai mongoli ed eroe nazionale celebrato in ogni epoca dai Russi, egli assicura i confini occidentali con le vittorie della Neva e di Peipus sugli svedesi e sui cavalieri teutonici.

Sotto il dominio mongolo la Rus’ vede i vari principi rjurikidi continuare a contendersi il potere sul territorio, fino a quando i discendenti del figlio di Nevski, Danil (-1303), non riescono ad imporre la propria autorità da Mosca. È la nascita della dinastia dei Daniilovici, che sebbene ramo cadetto della dinastia originaria (e dai dubbi diritti di preminenza sugli altri principati) si mostrano alleati fidati del Khan e per questo ottengono il titolo di Gran Principi con Ivan Kalita (1327). Quest’ultimo, passato alla storia come Ivan I di Mosca, si assicura la fiducia mongola sedando la rivolta di Tver’ per conto del Khan Uzbek e riscuotendo i tributi di tutta la Rus’, sostituendo gli ufficiali tatari fino a quel momento incaricati di svolgere tale mansione. Il suo soprannome, “Borsa di denaro”, è indicativo del ruolo da lui ricoperto. Nello stesso periodo la sede del metropolita russo viene spostata da Kiev a Mosca (1326), non potendo più l’antica capitale assicurare le necessarie condizioni al supremo dignitario ecclesiastico. Il metropolita Pietro, russo di nascita, si adatta volentieri alle mutate condizioni, e assiste con ammirazione all’ascesa repentina di Mosca con la costruzione , fra 1321 e 1333, delle cattedrali di Maria Assunta e dell’Arcangelo. Mosca può contare su un afflusso continuo di nuovi abitanti (nonché contribuenti), che la rendono presto l’area più densamente abitata della Rus’, e sulla massiccia produzione locale di cera, miele e cereali, con cui rifornisce i mercati di Novgorod e Pskov. Alla morte di Kalita, nel 1341, i suoi figli ereditano un territorio tre volte più ampio di quello dei loro antenati, che consta di sei grandi città e di oltre cento villaggi. Il processo di accentramento del potere verso Mosca prosegue con il primogenito di Kalita, Semen il Superbo, che muore però nel 1353 a causa della terribile pestilenza che funesta l’Europa e l’Asia da alcuni anni. Il fratello Ivan, soprannominato il Bello, passerà alla storia per la sua proverbiale inettitudine, supplita però dal carisma del metropolita Aleksej: quest’ultimo, dopo aver miracolosamente guarito la malattia agli occhi della moglie del Khan, Taidula, riceve un appezzamento di terra vicino al Cremlino e vi fonda l’importante monastero di Čudov. È sempre lui, poi, a salvare il trono dall’usurpazione dopo la morte di Ivan, garantendo la successione al giovane Dmitrij.

Dmitrj Ivanovic (1363-1389) ha il merito di consolidare il potere del principato moscovita rispetto agli altri e di affrontare per la prima volta, con una certa sicurezza, i Tatari. Il gigantesco impero di Kipcak, nella seconda metà del XIV secolo, entra in crisi, scosso com’è da violente lotte di successione, fino a scindersi in due khanati distinti: quello governato da Saraj, da una parte, e quello del Don dall’altra. Nel 1378 il Gran Principe infligge una grave sconfitta al capo supremo dell’Orda del Don, Mamaj, affrontandolo lungo il fiume Voza. Contando sull’appoggio di quasi tutti gli altri knjaz, Dmitrj raduna poi 150 mila uomini e oltrepassa il Don. Grazie al fortuito ritardo del principe Jagellone di Lituania, alleato dei Tatari, i russi hanno di nuovo la meglio nella battaglia di Kulikovo (8 settembre 1380). Il popolo russo è in festa: il disegno di un’unità territoriale sta prendendo forma in concomitanza con la reazione al giogo mongolico. La Moscovia si erge a paladina della Russia, non potendo prevedere l’imminente ascesa di un nuovo grande Khan, Timurlenk (Tamerlano). Egli, dopo aver soggiogato Indostan, Bukhara, Persia e Asia Minore, incarica il suo fidato generale turco, Tochtamys, di impadronirsi anche del khanato sul Don. Dopo il rifiuto, apposto dal Gran Principe Dmitrj, a comparire davanti a Tamerlano per omaggiarlo, Tochtamys compie una repentina campagna militare contro Mosca, assediandola e prendendo le mura con un inganno. Le vittime moscovite ammontano, in quel terribile agosto del 1382, a ben 24 mila. Si dice che Dmitrj piangesse davanti al tremendo spettacolo della sua bella capitale rasa al suolo. Nonostante il trauma, comunque, già tre anni dopo egli riesce ad organizzare una spedizione punitiva contro Novgorod, rea di servirsi della pirateria per saccheggiare le vie fluviali del Volga. Alla sua morte, nel 1389, lo stato di Mosca è nuovamente consolidato. Tamerlano, una volta eliminato l’infido Tochtamys nel 1391, tenta probabilmente di marciare su Mosca, ma senza successo. Il problema tataro si riaffaccia di lì a pochi anni, quando nel 1408 il potentato di Edijei, con la scusa di voler attaccare la Lituania passando per i territori russi, organizza invece un sanguinoso assedio di Mosca. Stavolta i russi riescono ad evitare il peggio, grazie anche all’artiglieria, ma non possono impedire la devastazione del contado circostante. Dopo il ritiro dei Tatari, Vasilij I deve preoccuparsi anche della Lituania, che recentemente ha annesso alcuni suoi possedimenti occidentali, e accettare di cedere al principe Witold anche Smolensk. Subito dopo, però, i due fronti (lituano e tataro) alleggeriscono molto la presa su Mosca a causa di alcune questioni particolarmente delicate. La Lituania è infatti scossa da lotte interne di non poco conto fra una maggioranza lituana, dedita all’agricoltura, e la sempre più opprimente aristocrazia terriera polacca. Contemporaneamente, i Tatari dei tre khanati mongolici di Saraj, Kazan e Crimea si scontrano fra di loro per l’egemonia. La situazione della Russia migliora, quindi, almeno fino al 1430, quando la morte del Gran Principe inaugura venti anni di instabilità per la successione al trono. Il fratello del defunto re, Jurij principe di Galic, rifiuta di riconoscere il proprio nipote come legittimo erede appellandosi al regolamento introdotto ai tempi della morte di Jaroslav il saggio. Un bojaro fedele alla famiglia già al trono, pertanto, si reca dal khan Ulu-Muchammed per convincerlo a benedire Vasilij II con la promessa che rimarrà fedele ai Tatari. Il khan fa redigere volentieri un jarlyk in suo favore, cosicchè Vasilij si insedia a Mosca acclamato dalla città. Negli anni successivi sventerà tre assedi dello zio e farà accecare molti altri congiurati o pretendenti al trono. A metà del XV secolo la Russia settentrionale è ormai stabilmente alle dipendenze di Mosca. Lo stato russo acquista sempre di più la forma di una nazione sovrana e, non meno importante, unita. A permettere la nascita della Russia come la intendiamo oggi è, in questo periodo, la commistione di tre elementi diversi: da un lato il rifiuto dell’Unione fiorentina (1439), abbinato alla caduta di Costantinopoli nel 1453, dà una forte identità in senso cristiano-ortodosso ai sudditi di Mosca, che può addirittura fregiarsi, ora, del titolo di Terza Roma; l’eliminazione del problema tataro attorno al 1480, poi,  ha ovvi risvolti politici nella vita dei russi; d’altro canto l’annientamento del potere di Novgorod, consumatosi nell’arco degli anni ottanta del ‘400 con Ivan III, mette fine ai rapporti commerciali con l’Europa occidentale inaugurando una stagione di relativo isolamento della Russia che durerà fino al XVII secolo. Ivan III, quindi, è da considerarsi un personaggio chiave nella costituzione della Russia: associato al trono in giovanissima età (ha sei anni quando suo padre Vasilij II viene fatto accecare dagli alleati di suo cugino), prende parte presto alla vita del regno. Alla morte di Vasilij, nel 1462, si preoccupa fin da subito di eliminare la concorrenza dei fratelli e di stabilire la successione esclusiva al primogenito del Gran Principe. Nel 1472 sposa Zoe, nipote dell’ultimo imperatore romeo morto a Costantinopoli nel 1453, in modo da potersi considerare anche un legittimo erede degli antichi imperatori romani e allacciare rapporti diplomatici con Venezia, l’Impero e la Danimarca. Secondo la tradizione sarebbe stata proprio la fiera principessa bizantina a premere sul marito per sconfiggere una volta per tutte i Tatari: ci proverà affrontandoli in una battaglia sull’Ugra, nel 1480, che si conclude con un nulla di fatto a causa delle pessime condizioni climatiche. Ad ogni modo, la Russia non versa più tributi all’Orda d’Oro, che si scioglie definitivamente nel 1502. Il nuovo khanato di Astrachan non ha ormai le forze necessarie per fare la voce grossa con Mosca, che così si trova libera più o meno senza dover intervenire militarmente. La pressione dei mongoli sulle frontiere meridionali della Russia costituirà comunque una minaccia ancora fino al XVIII secolo. Alla morte di Ivan, “Zar di tutta la Russia”, il territorio controllato da Mosca è ampio quattro volte quello che era ai tempi in cui egli aveva ereditato la corona, e la Russia si approssima ad essere una monarchia dal forte accentramento del potere politico, simile in questo alle nazioni già esistenti in Europa (si pensi alla Francia di Luigi XI).

Bibliografia

“Storia della Russia, Vol. 1”, Valentin Gitermann (Firenze, 1973)

“Storia della Russia – Dalle origini agli anni di Putin”, Roger Bartlett (Milano, 2007)

“Die Völker-wandarung”, Hubert Fehr-Philipp von Rummel (Stuttgart, 2011)